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Come fare la passata di pomodoro
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Come fare la passata di pomodoro

Giacomo Marchisio

Come fare la passata di pomodoro C'è un momento preciso, verso la fine di agosto, in cui l'aria si riempie di un profumo di casa. È il segnale che nelle cucine italiane, dalle Alpi alla Sicilia, è ricominciato il rito. Imparare come fare la passata di pomodoro significa custodire un pezzo di storia familiare, un’eredità che si tramanda tra scottature sulle dita e bottiglie allineate in cantina come soldatini di vetro. Ma per ottenere un risultato che superi di gran lunga quello industriale, non basta la nostalgia: servono tecnica, pazienza e gli strumenti giusti. Come fare la passata di pomodoro passo dopo passo Tutto comincia dalla terra. Se volete una passata che sappia davvero di sole, la selezione del pomodoro è il primo, invalicabile step. Il San Marzano è il re indiscusso per la sua polpa soda e i pochi semi, ma anche il fiaschetto o il perino danno soddisfazioni enormi. I pomodori devono essere integri, di un rosso profondo, senza macchie sospette o ammaccature che potrebbero compromettere la conservazione. Una volta portate a casa le cassette, si passa al lavaggio. Non è un passaggio da sottovalutare: i frutti vanno immersi in acqua fresca per eliminare residui di terra e polvere, cambiandola finché non risulta limpida. Dopo averli asciugati sommariamente, si procede al taglio. Qui la scuola si divide: c’è chi incide solo la pelle e chi li taglia a metà per eliminare l’eccesso di acqua di vegetazione e i semi più grossi. La prima cottura avviene in grandi pentole. I pomodori devono "appassire", rilasciare la loro anima liquida e diventare morbidi. Non serve aggiungere acqua, anzi: è il calore che deve fare il lavoro sporco. Una volta che la massa è cedevole, entra in gioco lo scolapomodoro (o il passatutto elettrico per chi ha grandi quantità). Questo strumento separa la polpa vellutata dalle bucce e dai semi. Il segreto dei vecchi? Ripassare le bucce una seconda volta per estrarre fino all'ultima goccia di sapore. Quanto deve cuocere la passata di pomodoro Il dubbio amletico di ogni principiante è sempre lo stesso: quanto deve cuocere la passata di pomodoro? La risposta breve è: finché non raggiunge la consistenza desiderata. Se cercate una salsa fluida, ideale per cotture lunghe come i ragù, bastano 15-20 minuti dopo il passaggio nel passapomodoro. Se invece puntate a una passata densa, capace di "aggrapparsi" alla pasta, i tempi si allungano e la fiamma deve essere dolcissima. La passata deve sobbollire, non saltare fuori dalla pentola. Un trucco visivo? Quando la schiuma superficiale scompare e la salsa assume un colore rosso più scuro e opaco, ci siamo. Ricordate però che una cottura eccessiva può scurire troppo il prodotto, facendogli perdere freschezza. Quanto deve bollire la passata di pomodoro in bottiglia Una volta imbottigliata la salsa (rigorosamente in contenitori sterilizzati e con tappi nuovi), bisogna affrontare la fase della pastorizzazione. Ma quanto deve bollire la passata di pomodoro in bottiglia per essere sicuri che non si rovini? La regola aurea parla di 30-40 minuti dal momento in cui l'acqua del calderone raggiunge il bollore pieno. Le bottiglie devono essere avvolte in canovacci di stoffa per evitare che si rompano urtandosi. L'acqua deve superare il livello dei tappi di almeno 4-5 centimetri. Una volta spento il fuoco, le bottiglie vanno lasciate raffreddare nella stessa acqua. Questo lento calo della temperatura garantisce la formazione del sottovuoto. Sentirete quel "clack" secco del tappo che si abbassa: è il suono della vittoria contro i batteri. Come cucinare la passata di pomodoro Una volta che avete la vostra dispensa piena, il divertimento si sposta ai fornelli. La passata fatta in casa essendo un prodotto già parzialmente cotto e molto concentrato, richiede tempi di preparazione più brevi in cucina. Il sugo veloce: un soffritto di aglio o scalogno, un giro d'olio extravergine di oliva e la vostra passata. Dieci minuti e avrete un condimento che profuma d'estate. La pizza: qui serve la passata "cruda" o pochissimo cotta, condita solo con sale e origano, per evitare che in forno diventi troppo asciutta. Secondi piatti: provate a usarla per delle polpette al sugo o per un pollo alla cacciatora. La densità della passata artigianale avvolge la carne in modo unico. Come togliere l’acidità dalla passata di pomodoro Esistono diversi metodi su come togliere l'acidità dalla passata di pomodoro senza snaturarne il profilo organolettico. Il rimedio più classico è lo zucchero: ne basta la punta di un cucchiaino per bilanciare il pH. Ma se volete essere più naturali, la tradizione contadina suggerisce l'uso della carota. Inserire una carota intera o grattugiata durante la cottura finale della salsa permette di assorbire l'acidità rilasciando una dolcezza delicata. Gli strumenti indispensabili per fare la passata di pomodoro Per trasformare quintali di pomodori in litri di vellutata delizia, l'attrezzatura fa la differenza. Vi servono: Scolapomodoro e passapomodoro: manuali per i puristi, elettrici per le grandi quantità; Bottiglie in vetro: resistenti agli sbalzi termici; Tappi nuovi: mai riutilizzare quelli dell'anno precedente per evitare rischi di muffe o cattiva tenuta del sottovuoto; Pentole capienti: preferibilmente in alluminio. Le pentole in alluminio per la salsa Perché tutti i grandi esperti di conserve usano l'alluminio? La risposta sta nella conducibilità termica. La passata di pomodoro tende ad attaccarsi sul fondo se il calore non è distribuito alla perfezione. Le pentole in alluminio garantiscono che ogni centimetro della superficie scaldi allo stesso modo, evitando quei punti caldi che bruciano la salsa dando un retrogusto di fumo. Vuoi un risultato professionale e una cottura impeccabile? , progettate specificamente per chi non accetta compromessi sulla densità della propria passata. Lo scolapomodoro: alleato indispensabile Senza uno scolapomodoro degno di questo nome, vi ritrovereste con una salsa piena di semi e bucce fastidiose. Questo strumento ha un compito nobile: filtrare l'essenza del pomodoro, eliminando gli scarti in modo efficiente. Uno strumento di qualità lavora senza surriscaldare la polpa, mantenendo intatte le proprietà organolettiche e quel colore rosso vibrante. Vuoi preparare la tua passata con gli strumenti giusti e non farti trovare impreparato dalla prossima stagione dei raccolti? sul nostro store e trasforma la tua cucina in una vera officina del gusto.

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Distillazione con alambicco: come funziona?
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Distillazione con alambicco: come funziona?

Distillazione con alambicco: come funziona? La distillazione è una vera e propria arte e presenta origini antichissime: se ne trovano tracce tra i Greci e i Romani, anche se i più profondi conoscitori furono gli Arabi, che la introdussero presso i popoli del Mediterraneo. Allo stesso tempo, è una scienza, complice la codificazione esatta di ogni fase, che necessita di profonda dedizione e passione. Al centro di questo processo c’è uno strumento in particolare, ovvero l’alambicco. Perfezionato nei secoli, permette di separare e concentrare gli aromi attraverso il calore, regalando grappe, liquori e oli essenziali di qualità superiore. Il rame rappresenta da sempre il materiale d’elezione per la costruzione degli alambicchi: resistente e gradevole alla vista, si rivela il conduttore perfetto del calore, in grado di purificare il distillato eliminando le impurità. Oggi analizziamo come funziona un alambicco, perché il rame fa la differenza e il modo di utilizzarlo al meglio per ottenere risultati eccellenti. Alambicco: significato e origini Ma cos’è un alambicco? Il significato del termine di origine araba “al-ambiq” è “distillare”. La parola è presente anche in greco, ovvero “ambix”, che significa “tazza”. La radice etimologica del termine conferma le radici antiche dello strumento e della stessa distillazione, che vanta una storia ultramillenaria. L’alambicco è stato introdotto e perfezionato dagli Arabi, per poi venire adottato da monaci e alchimisti per la produzione di oli essenziali, rimedi medicinali e distillati alcolici. Per secoli è stato lo strumento principe per ottenere ingredienti di qualità. E lo è ancora oggi. Come funziona un alambicco Vediamo ora come funziona un alambicco. Alla base c’è un principio tanto semplice quanto efficace: si agisce sulla differenza tra i punti di ebollizione dell’alcol e dell’acqua per separare le sostanze. Ecco i passaggi chiave di natura generale: la materia prima viene inserita nella caldaia (o cucurbita) e riscaldata fino all’ebollizione; la caldaia è chiusa da un tappo detto anche capitello; i vapori dell’alcol, che si formano a temperature più basse rispetto all’acqua, passano all’interno di un tubo detto “collo di cigno” oppure collettore; da qui vengono convogliati nella serpentina di raffreddamento (o refrigerante). Immersa in acqua fredda, la serpentina condensa i vapori riportandoli allo stato liquido; si può dunque procedere alla raccolta del distillato purificato. Perché scegliere un alambicco in rame Gli alambicchi in rame sono considerati i più pregiati grazie alle proprietà organolettiche ottimali che migliorano significativamente la qualità del distillato. Sono reputati superiori rispetto a quelli in acciaio. Resistente alle alte temperature e alla corrosione, il rame ha la capacità di distribuire il calore in modo uniforme, evitando bruciature e garantendo un’ebollizione omogenea. Inoltre, si lega chimicamente ai composti solforati presenti nelle materie prime, eliminando odori sgradevoli e impurità che rovinerebbero il prodotto finale. Funge quindi da “regolatore dello zolfo”. Tipologie di alambicchi in rame disponibili Esistono diverse tipologie di alambicchi in rame, i quali si distinguono per capacità, forma e sistema di raffreddamento. I modelli più diffusi sono quelli a serpentina, di cui abbiamo descritto il meccanismo qui sopra. Esistono pertanto versioni a fuoco diretto, con la caldaia esposta al fuoco e il riscaldamento viene effettuato direttamente, come suggerisce il termine. Ci sono poi i modelli a bagnomaria: dotati di due caldaie, una inserita nell’altra, hanno un riscaldamento del liquido più delicato e graduale. Infine, gli alambicchi a vapore sono i più moderni. Risalgono all’Ottocento e funzionano, come sottintende il nome, a vapore. Non c’è un modello di per sé migliore dell’altro: a fare da spartiacque è infatti la stessa presenza del rame. La scelta dipende dall’uso previsto e dalle quantità da produrre. Alambicchi piccoli: ideali per uso domestico Gli alambicchi con capienza tra 0,5 e 2 litri sono l’ideale per chi desidera approcciarsi in casa alla distillazione. Permettono di produrre piccole quantità di grappe, liquori e oli essenziali. Risultano compatti, poco ingombranti e di semplice gestione. Alambicchi grandi: per produzioni più abbondanti Per le produzioni artigianali e semi-professionali sono necessari alambicchi di dimensioni maggiori. Per un uso casalingo possono andare bene i modelli da 5 litri; a livello industriale vengono impiegati alambicchi che contengono da 80 a oltre 500 litri. Permettono di distillare quantità maggiori mantenendo tutte le caratteristiche qualitative del rame. Come avviene la distillazione con un alambicco in rame Entriamo ora più nel dettaglio su come funziona un alambicco in rame e come avviene questa particolare distillazione. Il processo pratico richiede attenzione e precisione in ogni fase: preparazione: si carica la caldaia con la materia prima senza riempirla completamente; riscaldamento: si porta il liquido gradualmente a ebollizione, controllando costantemente la temperatura per evitare possibili bruciature; taglio del distillato: i primi vapori (detti anche “teste”) vanno scartati perché contengono delle impurità; si raccoglie solo il “cuore”, la parte pregiata ricca di aromi; le “code” finali, meno pregiate, si eliminano o distillano nuovamente; pulizia dell’alambicco: dopo ogni utilizzo il dispositivo va pulito accuratamente. Questo step è essenziale per mantenerlo efficiente nel tempo. Consigli pratici per un buon risultato Dotarsi di un alambicco di rame di qualità è indispensabile per risultati degni di nota. Questo a patto di partire da materie prime fresche e ben conservate, gestendo con attenzione le temperature. Meglio evitare di aumentare troppo velocemente le temperature, così da essere certi di non bruciare il contenuto e rovinare gli aromi. Inoltre, è buona prassi controllare che le giunture siano ben sigillate: permette di prevenire le dispersioni di vapore. Infine, è indispensabile pulire l’alambicco dopo ogni utilizzo e asciugarlo completamente prima di riporlo in un luogo asciutto e ventilato: il rame non ama i luoghi umidi e necessita, per evitare ossidazioni, di un ambiente areato. A parità di procedimento, il rame fa la differenza sulla qualità del distillato, risultando versatile e pregevole per gli alambicchi: una vera sicurezza tanto per gli appassionati quanto per gli addetti ai lavori. Vuoi un alambicco in rame tradizionale per le tue distillazioni?

Cottura forno a legna: tecniche per cuocere pane e molto altro
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Cottura forno a legna: tecniche per cuocere pane e molto altro

Cottura forno a legna: tecniche per cuocere pane e molto altro Scopri cosa cucinare nel forno a legna e come cuocere pane e pizza con le teglie in lamiera blu di ferro per risultati perfetti. Entra nel sito. La cottura nel forno a legna è una metodologia antica e affascinante. Allo stesso tempo, è performante per ottenere alimenti con qualità sensoriali elevate e una struttura organolettica superiore. La combinazione tra calore radiante, massiccia inerzia termica e microclima interno permette di cuocere con risultati difficilmente replicabili attraverso strumenti moderni. Facciamo chiarezza. Cosa cucinare nel forno a legna Nel definire cosa cucinare nel forno a legna si entra in un vero e proprio universo di possibilità tecniche. Questo strumento, grazie alla sua struttura e alla dinamica termica interna, è in grado di lavorare alimenti con esigenze molto differenti. Il pane, ad esempio, sfrutta al meglio il calore radiante che investe la volta e che, unito all’umidità residua della camera di cottura, favorisce lo sviluppo della mollica e la formazione di una crosta resistente e croccante. La pizza, al contrario, richiede temperature elevate, spesso superiori ai 400 °C, che permettono una cottura estremamente rapida e assicurano al cornicione una crescita omogenea, un fondo ben cotto e una struttura leggera e scioglievole. Le carni trovano nel forno a legna un alleato ideale, poiché la combinazione di calore indiretto e lieve affumicatura naturale consente di ottenere dorature regolari e un mantenimento ottimale dei succhi interni. Le verdure, esposte a un processo di caramellizzazione uniforme, acquisiscono aromi più complessi e conservano una consistenza equilibrata grazie all’assenza di shock termici improvvisi. E i dolci? Gli esperti sanno che beneficiano della graduale diminuzione della temperatura del forno, evitando collassi strutturali e garantendo uno sviluppo armonioso. Come cuocere il pane nel forno a legna La preparazione inizia con l’accensione della legna, preferibilmente essenze dure ben stagionate che garantiscono una combustione stabile e prolungata. La fiamma deve riscaldare in modo omogeneo la volta e il piano refrattario, fino a quando la fuliggine non inizia a sbiancare: questo segnale visivo indica che il forno ha raggiunto una temperatura consistente e che il calore è penetrato in profondità nella struttura. Il pane necessita generalmente di un ambiente compreso tra 220 e 260 °C. Il livello è indicativo, in quanto un eccesso termico potrebbe bruciare il prodotto mentre una temperatura bassa comprometterebbe la spinta iniziale (con la formazione di un una mollica compatta e non sviluppata). I tempi di cottura variano in base alla pezzatura, ma durante l’intera fase è fondamentale non aprire inutilmente lo sportello del forno, poiché ogni apertura fa calare sensibilmente la temperatura e altera il processo. Prima di infornare, si consiglia di lasciare stabilizzare il forno a seguito della rimozione della brace, consentendo al calore di distribuirsi uniformemente. Oltremodo l’incisione dell’impasto gioca un ruolo tecnico rilevante: tagli netti e precisi guidano l’espansione della crosta e impediscono aperture irregolari. La pizza nel forno a legna: tradizione e tecniche La pizza cotta nel forno a legna è iconica nonché simbolo in tutto il mondo. Un buon prodotto finale si ottiene preriscaldando il forno, alimentandolo con una fiamma viva e costante per non meno di 60 minuti, al fine che il calore venga sapientemente accumulato. Una volta raggiunta la temperatura di esercizio, la fiamma viene spostata lateralmente, o posteriormente, per creare un flusso termico continuo che investa la pizza in modo armonioso. La cottura diretta sul piano refrattario richiede rapidità, precisione e una rotazione costante dell’impasto. La pizza, infatti, cuoce in sessanta o novanta secondi e ognuno di questi influisce sulla formazione del cornicione, sulla caramellizzazione degli zuccheri e sulla struttura interna. Teglie in lamiera blu di ferro: perché usarle per la pizza La è uno degli strumenti più apprezzati nel settore della panificazione e della pizzeria professionale, grazie alle sue caratteristiche termiche e meccaniche. Questo materiale assorbe calore in modo rapido e lo restituisce con costanza, garantendo una diffusione omogenea sulla superficie della teglia. Tale uniformità si traduce in una cottura precisa del fondo della pizza, che risulta croccante e ben asciutto. La lamiera blu di ferro è oltremodo in grado di resistere senza deformarsi anche a temperature molto elevate, tipiche del forno a legna. Questa stabilità rende la teglia un supporto affidabile e costante, determinante quando si lavora con impasti morbidi e ad alta idratazione che richiedono una trasmissione del calore equilibrata. Il risultato finale è una pizza che combina un fondo ben cotto, una superficie perfettamente colorata e una bontà unica nel suo genere. Tecniche di cottura con il forno a legna Si possono applicare alcune tecniche di cottura con il forno a legna, ciascuna delle quali richiede una gestione attenta del calore e della disposizione degli alimenti. La cottura diretta sul piano è quella che sfrutta maggiormente la conduzione termica del refrattario ed è ideale per impasti e alimenti che necessitano di una reazione rapida, come pizza e focacce. La cottura in teglia, al contrario, introduce un elemento intermedio che smorza la potenza del calore diretto e permette una gestione più controllata, rendendola adatta a verdure, dolci, carni e pizze in teglia. La gestione della brace è un tecnicismo da non sottovalutare: posizionarla lateralmente consente una distribuzione più uniforme del calore, mentre collocarla sul fondo del forno genera un irraggiamento più intenso che favorisce dorature rapide. Consigli pratici per la cottura ottimale Per ottenere una cottura ottimale è importante disporre gli alimenti in relazione al flusso termico interno, collocando i prodotti che richiedono doratura rapida vicino alla fiamma e quelli che necessitano di una cottura più gentile nelle zone più lontane. La temperatura si mantiene stabile alimentando il fuoco con legna di dimensioni omogenee, evitando oscillazioni improvvise. Il forno a legna è uno strumento di straordinaria precisione termica e versatilità, in grado di valorizzare pane e pizza ma anche carni, verdure e dolci. Vuoi scoprire i migliori forni a legna e accessori per le tue ricette?

Chinois o colino cinese: a cosa serve e differenze con altri colini
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Chinois o colino cinese: a cosa serve e differenze con altri colini

Chinois o colino cinese: a cosa serve e differenze con altri colini Scopri cos’è il chinois o colino cinese, a cosa serve in cucina e le differenze con altri colini. Utile per vellutate, salse e brodi. Lo conosciamo come chinois, oppure colino cinese, ed è un utensile elegante e funzionale di grande precisione che si distingue per innumerevoli impieghi. Nelle cucine professionali non può mancare, e anche negli ambienti domestici si sta diffondendo sempre più, ma attenzione a non confonderlo con un colino tradizionale. Il suo aspetto somiglia a quello di un imbuto metallico, presenta una fitta maglia e ha una struttura che lo rende versatile. È per lo più realizzato in acciaio inox, è igienico e resistente e quindi utile per un uso intensivo. La sua forma a tronco di cono permette di raccogliere e canalizzare facilmente i liquidi filtrati, mentre il manico lungo consente di maneggiarlo in modo sicuro anche con liquidi bollenti o preparazioni calde. In alcuni casi sono inclusi un supporto e un gancio laterale. Il chinois è un alleato prezioso per ottenere salse lisce, brodi limpidi e vellutate perfette, senza residui o grumi ma approfondiamo tutto nel dettaglio. A cosa serve il colino cinese in cucina Sono diverse le funzioni che un colino cinese offre; di base lo strumento serve per filtrare e setacciare liquidi o semiliquidi migliorandone la texture e l’aspetto ma non solo. Ecco come può essere utilizzato: Filtraggio di brodi e fondi di cottura. In un solo passaggio si eliminano ossa, residui, verdure o impurità ottenendo un perfetto consommé, zuppe raffinate o un brodo pronto all’uso; Preparazione di salse e creme. Con una trama fine trattiene grumi e residui garantendo una consistenza vellutata; Passati, vellutate e zuppe. Dopo la cottura le verdure vengono passate ottenendo una crema liscia e omogenea senza l’uso di panna, frullatore o altri elementi; Eliminare semi o bucce. Perfetto per filtrare passate di pomodoro, coulis di frutta o marmellate; Scolare o cuocere piccole quantità di cibo. Alcuni modelli di chinois possono essere usati per friggere o cuocere in acqua alimenti delicati, come gnocchi o verdure, grazie alla loro robustezza in acciaio. Chinois e alta cucina: perché è amato dagli chef Nelle cucine professionali, il chinois è un vero e proprio simbolo di perfezione. Molti cuochi professionisti e chef lo ritengono uno strumento assolutamente irrinunciabile e anche versatile. Dopo aver scoperto le funzionalità del colino cinese e a cosa serve non si torna indietro, soprattutto per la sua incredibile capacità di filtraggio senza alterare il sapore. Rispetto a frullatori o passini, che riscaldano e modificano la consistenza, questo strumento lavora in modo meccanico e delicato. Negli ambienti professionali, viene spesso utilizzato insieme a un pestello in legno o acciaio, che serve a spingere il composto contro le maglie per estrarre ogni goccia di liquido utile. È una pratica comune, per esempio, nelle cucine francesi, dove lo chinois è indispensabile per preparare salse come la béchamel, la demi-glace o riduzioni di vino e burro. Oltre all’efficienza, il chinois rappresenta un segno di cura e attenzione al dettaglio. Nell’alta cucina, una salsa che non ha grumi o un brodo limpido esalta il gusto e diventa più bello da vedere e proprio per questo è un utensile amatissimo. Differenze tra chinois e altri tipi di colini Se volessimo fare un confronto tra il chinois e altre tipologie di colino è inevitabile notare le differenze. Partiamo dalla forma che in questo modello ha un design conico allungato per concentrare i liquidi e facilitare il filtraggio, a differenza di quelli tradizionali più emisferici o piatti. Altrettanto importante è la maglia che risulta più fitta e uniforme non fine, così da dare equilibrio e trattenere impurità e fibre senza bloccare il passaggio dei liquidi più densi. Nei colini classici le maglie sono più larghe, quindi ideali per scolare la pasta o lavare gli alimenti mentre i setacci hanno maglie finissime utili per farine o zucchero a velo ma non adatti ai liquidi. Il filtraggio professionale viene conferito proprio dal chinois che migliora la consistenza e la limpidezza delle preparazioni, a differenza del setaccio preferito in pasticceria o del modello evergreen per operazioni rapide e grossolane. Quando scegliere un chinois e quando un colino tradizionale Se dovessimo riassumere potremmo dire che il chinois va scelto quando si cerca un brodo limpido o privo di residui, si desidera preparare salse, vellutate o creme dalla texture liscia, si devono rimuovere semi o bucce da frutta e verdura cotta o nei lavori con riduzioni e fondi di cottura. Il colino tradizionale, invece, è perfetto per scolare pasta e verdure, se serve lavare gli alimenti come legumi o riso o se si necessita di un utensile pratico per filtrare con velocità. Come usare correttamente il chinois Per usare correttamente il chinois suggeriamo di seguire questi step: Versare il liquido lentamente quando la preparazione è ancora calda e posizionandolo sopra una ciotola o una pentola. Grazie alla forma conica il contenuto defluirà uniformemente trattenendo invece le parti solide; Utilizzare un pestello o un mestolo per aiutarsi premendo delicatamente il composto contro la rete; Non forzare troppo perché la forza eccessiva potrebbe portare a un passaggio di residui indesiderati o a deformare la maglia; La pulizia viene eseguita con acqua calda e subito dopo l’utilizzo così da evitare che i residui si secchino. Un piccolo trucco: se vuoi filtrare una preparazione molto densa, come una purea o una passata, puoi posizionare il chinois sopra una ciotola e lasciare scolare lentamente, senza forzare. È grazie a questo semplice passaggio che si otterrà una crema vellutata e finissima da ristorante gourmet. Investendo in un buon colino cinese sarà facile destreggiarsi in cucina gustando preparazioni a regola d’arte. Vuoi provare un chinois professionale per le tue ricette?.

Apicoltura primitiva: riscoprire le tecniche tradizionali
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Apicoltura primitiva: riscoprire le tecniche tradizionali

Apicoltura primitiva: riscoprire le tecniche tradizionali Scopri l’apicoltura primitiva su Vivi in Campagna: storia, tecniche tradizionali e legame millenario tra uomo e api. Un sapere antico ancora attuale. La storia dell’apicoltura primitiva attraversa millenni e prima che diventasse la scienza organizzata che oggi conosciamo, di strada ne ha fatta. Ma quali sono le differenze tra la tradizione più antica e quella odierna? Vediamo insieme cosa c’è da sapere. Cos’è l’apicoltura primitiva L’apicoltura primitiva è una forma di gestione e allevamento delle api già praticata nell’antico Egitto e non solo. Si differenzia dall’apicoltura contemporanea per un approccio più semplice e l’utilizzo di strumenti rudimentali. L’uomo non utilizza le api ma le accompagna raccogliendo ciò che la natura concede senza alcuna forzatura. Le arnie stesse erano molto diverse: non strutture complesse o modulari ma per lo più tronchi svuotati e cavità naturali che imitavano gli ambienti in cui gli insetti si rifugiavano spontaneamente. Venivano osservati i movimenti degli sciami, si seguivano le stagioni e si adattava il ritmo a quello dell’alveare. Oggi questa modalità è in fase di riscoperta. Le origini dell’apicoltura primitiva La storia inserisce le prime testimonianze a oltre 8.000 anni fa in Spagna dove, grazie a una pittura rupestre, è possibile notare l’attività di raccolta del miele selvatico. Nel corso dei millenni la tradizione è stata perfezionata prima dagli Egizi, poi dai Greci e dai Romani che hanno creato arnie di legno e terracotta e quindi dagli Etruschi che creavano costruzioni in argilla e cortecce per favorire la realizzazione di favi. Tecniche tradizionali di apicoltura primitiva L’apicoltura primitiva si basava sull’imitazione della natura; per questo non venivano costruite strutture elaborate ma con materiali semplici. Le arnie più antiche altro non erano che tronchi d’albero svuotati oppure ceste intrecciate di paglia e rami con un rivestimento di fango o argilla. Nelle aree del Mediterraneo spesso venivano impiegati i vasi di terracotta. Poiché mancavano gli strumenti moderni di oggi, la gestione dell’alveare era sicuramente semplificata ma allo stesso tempo delicata. Gli apicoltori studiavano con attenzione gli sciami, i loro comportamenti e movimenti così da intervenire nel momento più idoneo. Quando lo sciame lasciava la colonia, veniva seguito e condotto verso una cavità adatta con estrema pazienza, intuito e conoscenza. La manutenzione era minima: non si aprivano le arnie, non si spostavano i favi. Le api vivevano in relativa autonomia, e l’uomo si limitava a proteggere l’alveare da predatori e intemperie. Gli strumenti rudimentali usati dagli apicoltori Nell’antichità venivano utilizzati diversi strumenti: Il coltello o una lama grezza per poter tagliare i favi di miele; Fumigazioni naturali per avvicinarsi alle api senza essere punti; Protezioni personali rudimentali o inesistenti. La raccolta del miele nell’apicoltura primitiva La raccolta del miele mixava la solennità con il pericolo perché le arnie non avevano telai mobili come le strutture odierne. Spesso se ne raccoglieva solo una parte, lasciando abbastanza riserva perché le api potessero sopravvivere all’inverno. Il nettare dorato veniva colato e filtrato con panni o foglie, poi conservato in anfore di terracotta o otri di pelle. Non esistevano tecniche di conservazione avanzate, ma l’alta concentrazione zuccherina del miele ne garantiva la durata nel tempo. Il valore culturale e spirituale delle api Molte civiltà antiche veneravano le api o comunque le consideravano un legame tra cielo e terra, tanto da interpretarle come messaggeri. Basti pensare che per l’antico Egitto nascevano dalle lacrime del dio Ra e il miele prodotto veniva utilizzato per la mummificazione; in Grecia, vedevano l’alimento come nutrimento degli dei. L’Impero Romano utilizzava il miele per diverse funzioni: come dolcificante naturale, come offerta sacra riconoscendone la preziosità e persino come medicina. Negli anni successivi monasteri medievali e civiltà etrusche trattavano le api come creature divine, studiandone il comportamento e l’equilibrio della loro comunità dove ogni individuo aveva un ruolo specifico per il bene di tutti. Il valore simbolico è arrivato fino a oggi e ancora nella quotidianità le api sono simbolo di armonia e continuità della vita. Apicoltura primitiva oggi: perché riscoprirla Non possiamo negare che l’interesse per l’agricoltura biologica e il rispetto dell’ambiente abbia riportato in auge l’apicoltura primitiva che oggi torna ad essere praticata seppur con qualche differenza. Non è un atto nostalgico ma di profonda consapevolezza per contrastare le crisi ambientali e il declino della biodiversità, abbracciando pratiche sostenibili che rispettano profondamente gli ecosistemi. Il modello alternativo porta una produzione ridotta a livello di quantitativo ma migliora l’etica e l’approccio con cui ci si interfaccia con le api; si impara a conoscere i loro movimenti, i loro bisogni e si evitano interferenze. Ecco perché sempre più apicoltori moderni scelgono un approccio naturale, riproducendo le cavità degli alberi e favorendo l’autonomia delle colonie. Motivo in più per sceglierla? Ha un grande valore educativo, tanto che molte scuole la utilizzano per avvicinare i bambini a una maggiore consapevolezza ecologica. Differenze con l’apicoltura moderna Facendo un confronto diretto tra apicoltura moderna e primitiva la prima differenza che salta all’occhio è quella produttiva. La quantità di miele realizzata è inferiore ma le arnie mobili, i trattamenti contro i parassiti e l’alimentazione artificiale spesso interferiscono con il benessere delle api. Viene privilegiato l’equilibrio naturale con riproduzione libera, costruzione dei propri favi e regolazione della temperatura senza interferenze umane. L’approccio ha chiaramente dei limiti in termini di produzione ma le api sono più sane e forti, ma soprattutto capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici. Insomma, i motivi per cui sempre più apicoltori si spingono verso questa metodologia antica e rispettosa dell’equilibrio naturale sono più che evidenti. Vuoi scoprire come avviare la tua avventura con le api? e procurati tutto ciò che serve.

Come scegliere l’arnia ideale per iniziare con l’apicoltura
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Come scegliere l’arnia ideale per iniziare con l’apicoltura

Come scegliere l’arnia ideale per iniziare con l’apicoltura Scopri come scegliere l’arnia giusta per iniziare con l’apicoltura. Confronta materiali, sistemi e trova l’attrezzatura ideale su Vivi in Campagna. Vi siete mai chiesti come funziona l’apicoltura con arnie? Se state per muovere i primi passi nel mondo delle api dovete sapere che la scelta dell’arnia è una delle prime cose e tra le più importanti. Non è solo una “casetta” per questi insetti ma determina quanto sarà semplice ispezionarla all’interno, come si gestirà la sciamatura, quanta produzione otterremo e quanto spenderemo negli anni per la manutenzione. Vediamo insieme quindi quale arnia per apicoltura scegliere e quali caratteristiche non devono mancare. Tipologie e materiali Non esistono arnie per apicoltura migliori in assoluto, tutto dipende dalle condizioni ambientali, dal tempo da dedicare e dall’obiettivo che può spaziare dall’hobby al consumo personale fino alla piccola vendita locale. Tra le tipologie più apprezzate ci sono: Dadant. Diffusissima sia in Italia che nel resto d’Europa si distingue per un nido capiente, telaini larghi che favoriscono famiglie numerose e una resa di livello. È perfetta per principianti che si avvicinano all’estrazione del miele perché i melari sono facili da aggiungere e rimuovere. Ha come plus la stabilità ma attenzione al peso che può essere impegnativo nella raccolta; Langstroth. Molti professionisti la scelgono per gli standard internazionali. Si basa su corpi modulari della stessa misura da impilare. Ha come pregi la versatilità e la scalabilità; Warré. Viene preferita da chi punta a un approccio naturale e minimale. Prevede l’aggiunta dei corpi dal basso assecondando lo sviluppo verticale del nido. Ha una gestione poco invasiva e le api ci vivono in modo tranquillo. E per quanto riguarda i materiali? Le arnie da apicoltura in legno sono le più diffuse e apprezzate; isolano bene sia dal caldo che dal freddo, regolano l’umidità e richiedono una manutenzione periodica non troppo impattante. Ci sono poi le arnie in metallo usate soprattutto per tetti e coprifavi: la struttura duratura protegge bene da pioggia e predatori ma attenzione perché conduce il calore, dunque, è un buon supporto ma non viene suggerito come opzione principale della struttura. C’è anche chi sceglie la plastica che risulta leggera, facile da lavare e resiste all’acqua. Non favorisce però una corretta traspirazione. Sistema di gestione e funzionalità L’arnia è fatta di sistemi a favi che possono risultare mobili o fissi. I sistemi a favi mobili hanno telaini che si estraggono uno a uno, per favorire un’ispezione covata garantendo la salute della struttura, dell’ape regina e dell’intero nido; I modelli a favi fissi non hanno telaini mobili ma sono le api stesse a costruirli spontaneamente rendendo un po’ più complicata l’estrazione del miele. Nella scelta dell’arnia per apicoltura dobbiamo poi considerare temperatura e umidità, provando a garantire ingressi regolabili per modulare l’aria in base alla stagione, fondali areati con rete antivarroa per controllare i parassiti e l’evacuazione dell’umidità. In più molti apicoltori si occupano di isolamento del tetto per ridurre condensa e surriscaldamento. Marcia in più? Scegliere materiali naturali che lasciano respirare, come il legno. In estate l’eccesso di calore porta le api a ventilare invece di bottinare; in inverno la condensa può sgocciolare e raffreddare la covata; curando ventilazione e isolamento eviti questi problemi e mantieni la colonia efficiente. Ci sono poi funzioni extra che non dovremmo sottovalutare: tra queste spicca il fondo estraibile per favorire una pulizia più accurato e il monitoraggio varroa, il distanziamento per il corretto bee space e la compatibilità con melari e accessori standard per questa attività. Costi e accessori disponibili I costi variano per modello, materiale e dotazione. Per farti un’idea realistica quando inizi con apicoltura arnie: Arnia completa con fondo, coprifavi e tetto: indicativamente 90–180 € per il legno standard; versioni isolate o in plastica/composito possono salire. Melari e telaini: 50–120 € a seconda del numero e del materiale (telaini montati e filati costano di più ma fanno risparmiare tempo). Attrezzatura base (affumicatore, leva, spazzola, guanti, tuta/velario): 80–200 €. Alimentatori, escludi-regina, griglie antivarroa: 30–90 € complessivi per partire. Estrattore miele (acquisto o noleggio): da 150 € per manuali entry-level a diverse centinaia per i motorizzati. Con un kit essenziale per una famiglia e qualche accessorio puoi pensare a un investimento iniziale nell’ordine dei 250–500 €, escluso l’acquisto dello sciame o del nucleo (da preventivare a parte). Ricorda che investire da subito in qualità e compatibilità riduce costi nascosti e frustrazioni. Attenzione anche ai ricambi: all’inizio non ci si pensa ma con il tempo serviranno nuovi telaini, fogli cerei, viti, fondi e tetti che si sciupano con l’usura. Scegliendo uno standard diffuso come quelli che abbiamo citato, acquistare ricambi sarà molto più semplice. Quindi consigliamo di valutare che l’arnia sia compatibile con i melari e gli accessori di più brand, che le misure siano standard e che ci siano manuali e schede tecniche che possano aiutare. Dove trovare attrezzatura per apicoltura: acquista su Vivi in Campagna Ora che hai scelto il modello ti serve solo conoscere uno shop affidabile dove reperire tutto ciò che ti serve per la tua attività: visita il nostro sito e troverai tutto ciò di cui hai bisogno.. Se stai valutando più arnie, crea una shortlist: annota prezzo, materiale, peso dei melari pieni, disponibilità di fondo antivarroa, tipo di tetto, compatibilità con escludi-regina, e la facilità con cui potrai reperire fogli cerei della misura corretta. Qualche consiglio in più? Non partire con più di 1 o 2 famiglie, pensa all’apiario e standardizza così da velocizzare e ottimizzare le operazioni.

Tino per uva: cos'è e come si usa
Consigli

Tino per uva: cos'è e come si usa

Tino per uva: cos'è e come si usa Scopri cos’è il tino per uva, come si usa nella vinificazione e quanti tini servono per l’uva. Ecco i nostri consigli pratici e dove comprarli. La vendemmia porta con sé immagini poetiche, con profumo d’autunno e l’eccellenza enogastronomica italiana che varia da regione a regione assecondando la tipologia di vitigno del territorio. Ma come si trasforma l’uva in vino? Per prima cosa abbiamo bisogno di un tino per uva, solo con questo strumento potremo riuscire ad effettuare la magia della vinificazione. Cos’è il tino per uva Dobbiamo pensare a un tino per uva come a un grande contenitore da utilizzare durante le fasi di produzione del vino. In origine era esclusivamente in legno, ma negli ultimi anni sono state prodotte varianti in plastica o acciaio inox così da andare incontro alle diverse esigenze. Il suo scopo? Gestire la raccolta dei grappoli e soprattutto la fermentazione del mosto. I tini si distinguono per forma, materiale e capacità. Legno: tradizionale e affascinante, mantiene il calore e consente un contatto naturale tra mosto e ossigeno. È ancora molto apprezzato nelle produzioni artigianali. Plastica alimentare: leggera, resistente e facile da pulire. È la scelta più diffusa tra chi produce vino in piccole quantità. Acciaio inox: igienico, durevole e perfetto per la vinificazione controllata. È lo standard per le cantine professionali e le produzioni più moderne. Per quanto riguarda le misure c’è varia scelta di dimensioni: si spazia dai più piccoli tra i 30 e i 50 litri, per vinificare in casa, fino a quelli professionali da centinaia di litri utilizzati nelle cantine industriali. La scelta dipende dalla quantità di uva raccolta. A cosa serve il tino per l’uva Il tino per uva ha uno scopo fondamentale durante il processo di fermentazione. Dopo aver completato la raccolta e la pigiatura, tutto il contenuto viene trasformato all’interno dando vita alla fermentazione alcolica. Proprio in questo frangente i lieviti nel mosto lavorano gli zuccheri della frutta trasformandoli in alcol. L’effetto successivo è quello di sprigionare calore e anidride carbonica. È questa la ragione per cui serve un recipiente sufficientemente capiente, così da poter trattare il prodotto in evoluzione mantenendo al top temperatura e ossigenazione dando vita a un vino d’élite. Oltre alla fermentazione, può essere usato anche per la raccolta temporanea durante la vendemmia facilitando le operazioni di trasporto e gestione del prodotto. in altri casi viene invece impiegato per la macerazione, una fase fondamentale per i vini rossi. Come si usa correttamente il tino per uva L’utilizzo del tino segue passaggi precisi che accompagnano la trasformazione dell’uva in mosto. Raccolta e conferimento: i grappoli vengono raccolti e depositati nel tino. In questa fase è importante che il contenitore sia perfettamente pulito per evitare contaminazioni batteriche; Pigiatura e diraspatura: a seconda del tipo di vino, l’uva può essere pigiata direttamente nel tino o versata dopo la diraspatura, cioè la separazione dei raspi dai chicchi; Fermentazione: qui avviene la parte più affascinante. Il mosto inizia a fermentare naturalmente grazie ai lieviti. È importante mescolare regolarmente la massa per favorire l’ossigenazione e la dispersione del calore; Svinatura: una volta terminata la fermentazione, il vino nuovo viene travasato in un altro recipiente, separandolo dalle bucce e dai residui; Pulizia finale: il tino va lavato accuratamente con acqua calda e prodotti specifici per uso alimentare, poi asciugato e conservato in un luogo asciutto. Una corretta manutenzione garantisce igiene e lunga durata del contenitore. Quanti tini servono per l’uva raccolta Per capire quanti tini servono per l’uva raccolta dobbiamo fare qualche conteggio così da organizzare al meglio la vinificazione. Si consiglia di considerare che ogni 100 kg di uva producono circa 70 litri di mosto e dunque per il numero di recipienti necessari serve dividere la quantità di mosto attesa con la capacità di ciascun tino. Attenzione però alla tipologia di prodotto: il vino rosso fermenta generando un maggiore volume, mentre i bianchi lavorano con meno contenitori. Dove comprare il tino per l’uva I tini per uva possono essere acquistati online presso il nostro store, un negozio specializzato in prodotti agricoli e con un’ampia sezione di enologia ma vediamo meglio come scegliere quello perfetto. Consigli per scegliere il tino giusto I tini non sono tutti uguali, per scegliere quello giusto si dovrebbero prendere in considerazione questi elementi: Capacità. Proporzionata alla quantità di uva che si desidera lavorare e valutando la differenza di fermentazione tra rossi e bianchi; Materiali. Optando per legno che offre la tradizione e una traspirazione naturale, plastica leggera e pratica o acciaio per massima igiene; Resistenza. Preferendo prodotti capaci di durare nel tempo si risparmia economicamente evitando di dover buttare un acquisto dopo pochi utilizzi; Facilità di pulizia. Meglio investire in una referenza lavabile agilmente. Manutenzione e cura del tino Un tino per uva ben mantenuto è sinonimo di vino di qualità. Dopo ogni utilizzo, il contenitore deve essere lavato accuratamente con acqua calda e detergenti neutri, evitando l’uso di sostanze abrasive che potrebbero alterare il materiale. Nei tini in legno, è importante evitare che il legno si secchi: mantenerlo leggermente umido o conservato in ambienti freschi aiuta a preservarne la tenuta. I tini in acciaio inox, invece, vanno asciugati completamente per prevenire la formazione di condensa o ruggine nelle saldature. Prima della vendemmia successiva, è buona pratica effettuare una sanificazione completa con prodotti enologici certificati, risciacquando poi con acqua pulita. Questo passaggio evita lo sviluppo di muffe o batteri indesiderati. Ora sai tutto ciò che serve per mettere in pratica una vinificazione a regola d’arte. Vuoi scoprire altri strumenti per produrre vino in casa? e procurati tutto il necessario per poter svolgere le tue attività al meglio.

Come scegliere il serbatoio per la miscelazione
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Come scegliere il serbatoio per la miscelazione

Serbatoi inox per la miscelazione industriale: come scegliere il modello giusto La miscelazione di liquidi in ambito alimentare, farmaceutico e chimico richiede attrezzature progettate con criteri precisi. Un serbatoio inadatto può compromettere la qualità del prodotto, creare problemi igienici o rendere le operazioni di pulizia inefficienti. In questa guida pratica ti aiutiamo a orientarti tra i modelli disponibili, con un focus sulle caratteristiche tecniche che fanno davvero la differenza. Perché l'acciaio inox AISI 304 per la miscelazione? L'acciaio inossidabile AISI 304 è il materiale di riferimento per qualsiasi applicazione a contatto con liquidi alimentari. I motivi sono semplici: Resistenza alla corrosione: non reagisce con acidi organici, soluzioni saline e agenti detergenti Igiene certificata: superfici lisce che non trattengono batteri e sono facilmente sanificabili Durabilità nel tempo: mantiene le proprie caratteristiche meccaniche anche dopo anni di utilizzo intensivo Conformità normativa: rispetta le normative MOCA (Materiali e Oggetti a Contatto con Alimenti) in vigore nell'Unione Europea Tutti i serbatoi per la miscelazione sono realizzati in acciaio inox AISI 304, lavorato internamente nella nostra officina di Pieve di Teco con oltre 60 anni di esperienza nel settore. Quale tipo di serbatoio scegliere per la miscelazione? La scelta dipende da tre fattori principali: la natura del liquido da mescolare, il volume di produzione e le modalità di movimentazione del serbatoio. Serbatoi verticali con piedi tubolari I modelli verticali con piedi tubolari sono tra i più versatili per la miscelazione in contesti industriali e semi-industriali. La struttura rialzata consente di posizionare il serbatoio su una bilancia o di collegare agevolmente la valvola di scarico a un impianto di travaso. Modello CILTC — Ideale per volumi compatti (da 70 a 250 litri), è dotato di fondo bombato conico che favorisce lo svuotamento completo, essenziale quando si mescolano prodotti densi o che tendono a sedimentarsi. Disponibile con tetto apribile o chiuso. Serbatoio INOX Verticale Mod. "CILTC" Da €1.112,01 Scopri di più Modello CILBT — Per volumi medi (da 150 a 500 litri), con piedi tubolari più robusti e fondo bombato. Ottimo per liquidi alimentari che richiedono miscelazione manuale o con agitatore meccanico esterno. Serbatoio INOX Verticale Mod. "CILBT" Vedi prezzi Scopri di più Modello CILCT — La versione con fondo conico a 60° è particolarmente indicata per la miscelazione di liquidi con sedimenti o particelle solide in sospensione, perché convoglia tutto il contenuto verso il punto di scarico centrale, facilitando lo svuotamento totale. Serbatoio INOX Verticale Mod. "CILCT" Vedi prezzi Scopri di più Serbatoi con gonnellina La "gonnellina" è un elemento strutturale che sostituisce i piedi tubolari con una base cilindrica continua. Questo design garantisce maggiore stabilità, soprattutto per serbatoi di grandi dimensioni o installazioni permanenti. Modello SBG — Serbatoio verticale con gonnellina disponibile da 150 a 1.000 litri. La base continua lo rende particolarmente stabile durante le operazioni di miscelazione con agitatore, eliminando il rischio di oscillazioni. Il fondo bombato con scarico frontale o laterale permette un collegamento diretto all'impianto di distribuzione. Serbatoio INOX Verticale Mod. "SBG" Vedi prezzi Scopri di più Modello STOBG — Variante stoccaggio con gonnellina, disponibile con tetto chiuso. Ideale quando il processo di miscelazione avviene in ambienti dove è necessario proteggere il contenuto da polveri o agenti esterni. Serbatoio INOX Verticale Mod. "STOBG" Vedi prezzi Scopri di più Serbatoi pallettizzati: mobilità e sicurezza per la miscelazione in movimento I serbatoi pallettizzati INCON sono progettati per essere movimentati con carrello elevatore o transpallet, il che li rende ideali quando il processo di miscelazione richiede lo spostamento del prodotto tra diverse aree dello stabilimento. Modello SBPAD — Serbatoio pallettizzato con fondo bombato e scarico anteriore, disponibile da 150 a 1.000 litri. La struttura robusta in acciaio inox garantisce la tenuta durante la movimentazione anche a pieno carico. Serbatoio INOX Pallettizzato Mod. "SBPAD" Vedi prezzi Scopri di più Modello SBPD — Versione con fondo bombato e scarico diretto, pensata per liquidi alimentari che richiedono travaso rapido dopo la miscelazione. Disponibile fino a 1.000 litri. Serbatoio INOX Pallettizzato Mod. "SBPD" Vedi prezzi Scopri di più Modello SBPMD — Con fondo misto, combina i vantaggi del fondo bombato e del fondo conico. Perfetto per prodotti che tendono a separarsi durante il riposo e che necessitano di una rimescolazione efficiente prima dell'utilizzo. Serbatoio INOX Pallettizzato Mod. "SBPMD" Vedi prezzi Scopri di più Serbatoi certificati ADR/UN per trasporto su strada Se il prodotto miscelato deve essere trasportato su strada, è obbligatorio utilizzare contenitori certificati secondo la normativa ADR (Accordo europeo relativo al trasporto internazionale di merci pericolose su strada) e le norme UN. Modello PCI — Serbatoio pallettizzato certificato UN/ADR/RID/ADN, disponibile da 1.000 litri. Omologato per il trasporto di liquidi alimentari e chimici su strada, ferrovia e vie navigabili. La struttura è progettata per resistere alle sollecitazioni meccaniche del trasporto mantenendo l'integrità del contenuto. Serbatoio INOX Pallettizzato Mod. "PCI" UN/ADR/RID/ADN Da €3.442,00 Scopri di più Modello PLI — Variante con configurazione interna differente, anch'essa certificata UN/ADR/RID/ADN. Ideale per applicazioni dove la miscelazione avviene prima del trasporto e il prodotto deve arrivare a destinazione già pronto all'uso. Serbatoio INOX Pallettizzato Mod. "PLI" UN/ADR/RID/ADN Vedi prezzi Scopri di più Serbatoi su ruote per la miscelazione mobile Quando la miscelazione deve spostarsi frequentemente all'interno dello stabilimento senza l'utilizzo di un carrello elevatore, i serbatoi su ruote rappresentano la soluzione più pratica. Modello CORD Deluxe — Serbatoio su ruote con fondo bombato e scarico frontale, disponibile da 150 litri. Le ruote girevoli consentono la manovra in spazi ridotti, mentre il telaio in acciaio inox garantisce la stessa resistenza dei modelli fissi. Serbatoio INOX Mod. "CORD Deluxe" su ruote Vedi prezzi Scopri di più Serbatoi per miscelazione con agitatore: modelli MTFC e MTFCA Per applicazioni che richiedono miscelazione meccanica continua o periodica, i serbatoi della serie MTFC e MTFCA sono progettati con aperture superiori dimensionate per l'installazione di agitatori meccanici. Modello MTFC — Serbatoio verticale con fondo conico, ideale per l'installazione di agitatori ad asse verticale. Il fondo conico garantisce che tutto il prodotto venga coinvolto nel processo di miscelazione, eliminando le zone morte dove il liquido potrebbe rimanere fermo. Serbatoio INOX Verticale Mod. "MTFC" Vedi prezzi Scopri di più Modello MTFCA — Variante con fondo conico aperto, pensata per processi dove è necessario accedere frequentemente al contenuto durante la miscelazione. Disponibile con diverse configurazioni di apertura superiore. Serbatoio INOX Verticale Mod. "MTFCA" Vedi prezzi Scopri di più Come scegliere il volume giusto Una regola pratica per la miscelazione industriale: il serbatoio dovrebbe avere una capacità del 20-30% superiore al volume di prodotto che si intende mescolare. Questo margine evita fuoriuscite durante l'agitazione e garantisce che l'agitatore lavori sempre immerso nel liquido. Per produzioni continue è consigliabile disporre di almeno due serbatoi: uno in fase di miscelazione e uno pronto per il travaso o il trasporto. Questo schema elimina i tempi morti tra un ciclo di produzione e l'altro. Personalizzazione su misura Tutti i serbatoi INCON possono essere personalizzati con accessori specifici per la miscelazione: Bocchettoni e attacchi per il collegamento di agitatori meccanici o pompe di ricircolo Valvole di campionamento per prelevare il prodotto durante la miscelazione senza aprire il coperchio Sonde termometriche per monitorare la temperatura del liquido in tempo reale Fascia refrigerante per mantenere il prodotto alla temperatura ottimale durante la miscelazione Per richieste specifiche o volumi non presenti a catalogo, il nostro ufficio tecnico è disponibile per progettare soluzioni su misura. Utilizza il nostro Configuratore serbatoi inox per ricevere un preventivo personalizzato entro 24 ore. Conclusione La scelta del serbatoio per la miscelazione non è mai banale: ogni applicazione ha le sue specificità in termini di volume, mobilità, tipo di fondo e necessità di certificazione. I modelli coprono l'intera gamma delle esigenze industriali, con la garanzia di un prodotto costruito in Italia con materiali di prima scelta. Per qualsiasi dubbio sulla scelta del modello più adatto alla tua applicazione, il nostro team tecnico è disponibile telefonicamente al 018336183 o via email a order@viviincampagna.it. Scopri tutta la gamma di serbatoi per l'industria alimentare e chimica

Nuovo sito Vivi in Campagna: più semplice, più veloce, più vicino a te
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Nouveau site Vivi in Campagna : plus simple, plus rapide, plus proche de vous

Découvrez le nouveau site Vivi in Campagna : catégories plus claires, filtres avancés, section marques, chat d’assistance et une expérience de navigation plus simple et moderne.

Moscarola: cos’è e a cosa serve
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Moscarola : qu'est-ce que c'est et à quoi ça sert

Moscarola : qu’est-ce que c’est, comment ça fonctionne et pourquoi l’utiliser pour conserver charcuteries et fromages L’histoire de la moscarola prend aujourd’hui presque les contours d’un conte. Oui, car il faut remonter dans le temps pour comprendre l’usage de ce produit et pourquoi il est encore utile dans certains cas, comme nous le verrons. Les origines et la signification de ce dispositif se trouvent dans notre passé, lorsque les principaux ennemis de la nourriture étaient justement les mouches, les insectes et plus généralement les animaux. À l’époque, il n’y avait pas encore de réfrigérateur mais il fallait conserver charcuteries, fromages et bien d’autres aliments. Qu’est-ce que la moscarola : origine et signification Elle porte plusieurs noms : moscarola ou moscaiola, et autrefois c’était un cadre en bois avec des parois en gaze, ou composé d’un grillage métallique très fin, où nos ancêtres plaçaient la nourriture pour la protéger des insectes. À l’époque, elle était exposée au nord, ou en tout cas dans un endroit frais, justement pour éviter la détérioration des aliments. Évidemment, ces derniers n’étaient pas conservés pendant des mois, mais au moins quelques jours, selon le produit. Il faut dire que ce besoin était crucial : beaucoup, comme les paysans, préparaient divers aliments à la maison, y compris les fromages. Et en effet, la moscarola pour fromages fait partie de notre tradition. Vivre avec certaines difficultés nous semble aujourd’hui presque étrange : nous avons le réfrigérateur à notre disposition, où nous rangeons les courses une fois faites ou ce que nous avons fabriqué de nos mains, car certains font encore du fromage à la maison. Il suffit de laisser les aliments dehors plus de quelques heures pour voir immédiatement arriver les insectes. La moscarola servait donc à conserver la viande, les fromages, le lait, les fruits ou le pain : ainsi on évitait la détérioration de la nourriture à cause des insectes. À quoi sert la moscarola aujourd’hui Bien sûr, à ce stade, on pourrait se demander : à quoi sert la moscarola aujourd’hui ? La réponse est simple : pour la conservation naturelle des fromages et charcuteries. Ce dispositif avec des parois métalliques reste utile. Pour ceux qui sont encore attachés à la tradition et souhaitent peut-être envisager une alternative pratique et durable au réfrigérateur, la moscarola pour charcuteries ainsi que la moscarola pour fromages sont parfaites pour conserver les produits alimentaires. Non seulement elles protègent contre les insectes, mais elles aident aussi à maintenir une humidité contrôlée. En fait, il s’agit d’un dispositif qui offre un environnement aéré : les mouches ou autres insectes ne peuvent pas atteindre la nourriture à l’intérieur et en même temps la conservation se fait à la bonne température. L’ingéniosité de nos ancêtres nous aide encore aujourd’hui : il est vrai que nous pouvons toujours ouvrir le réfrigérateur et y ranger par exemple les fromages faits maison, mais en même temps, à une époque où l’on parle souvent d’efficacité énergétique et de pollution environnementale, la moscarola reste une alternative 100 % durable. Où placer la moscarola pour une utilisation correcte Il est aussi important de commencer à comprendre où placer la moscarola pour l’utiliser correctement. Si nous avons l’habitude de faire des fromages et charcuteries à la maison ou si nous avons un petit gîte rural ou une entreprise familiale, il faut considérer certains aspects. Tout d’abord, il faut la placer dans l’endroit le plus frais, qui doit aussi être aéré : de préférence un lieu où la température est stable et ne dépasse pas 20 °C, surtout si l’on veut conserver charcuteries et fromages. Habituellement, ce dispositif est placé dans une niche exposée au nord, comme autrefois. À l’époque, on creusait même une niche dans le mur exposé au nord : même en été, elle restait plus fraîche que les zones exposées au soleil. On trouve aussi la cave, qui est généralement fraîche : la température y reste stable, c’est donc un environnement contrôlé. Sinon, on peut aussi opter pour une pièce de la maison, à condition que la température ne dépasse pas certaines limites. Si nous sommes intéressés par cet équipement, nous pouvons soit l’acheter, soit fabriquer une moscarola maison. Pour construire une moscarola, on peut utiliser une structure en bois ou en métal : l’important est qu’elle soit entourée d’un grillage à mailles fines qui doit envelopper les étagères où seront ensuite placés fromages et charcuteries. Sinon, on peut réaliser la structure en utilisant un filet en PVC : il faut plusieurs éléments pour le cadre, le filet, les étagères et les portes. Cependant, si nous ne sommes pas très bricoleurs ou que nous n’avons pas la dextérité nécessaire pour en fabriquer une, la bonne nouvelle est que nous pouvons l’acheter. Achetez une moscarola en bois prête à l’emploi sur Vivi in Campagna Être capable de conserver le fromage après l’avoir fait maison est essentiel pour ne pas perdre le parfum et la saveur originels du produit. Mais nous pouvons offrir une solution simple, à savoir la moscarola en bois disponible sur Vivi in Campagna. Découvrez la moscarola pour charcuteries et fromages en bois 40x40x65 cm : c’est le dispositif idéal pour la conservation naturelle des fromages et charcuteries. Ses dimensions réduites permettent de la placer facilement dans des endroits frais comme la cave, sans prendre trop de place. La structure est en bois solide et présente un grillage métallique fin sur les quatre côtés. Cette solution empêche le contact avec les insectes tout en garantissant une aération adéquate. La moscarola est aussi équipée d’un plateau intermédiaire et de crochets pour suspendre les saucissons, ce qui la rend pratique et fonctionnelle pour divers besoins. Ainsi, vous pourrez conserver vos aliments sans craindre les insectes, comme le veut la tradition.

Spremitura olio a freddo: cos’è, come funziona
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Extraction d'huile à froid : qu'est-ce que c'est, comment ça fonctionne

Pressage à froid de l’huile : qu’est-ce que c’est, comment ça fonctionne et pourquoi le choisir Souvent, lorsque nous achetons une bouteille d’huile, nous lisons l’étiquette : pressage à froid. Que signifie cette technique, comment fonctionne-t-elle et pourquoi la choisir si nous voulons préparer l’huile à la maison ? Le processus de pressage à froid de l’huile comprend plusieurs étapes : nous en parlons ci-dessous. Qu’est-ce que le pressage à froid de l’huile Quel est le sens de l’huile extraite à froid ? Le pressage à froid de l’huile se fait par un procédé mécanique ; pendant l’extraction, la température est inférieure à 27 °C. Cependant, cette température concerne l’huile d’olive extra vierge ; elle peut être plus élevée si l’on souhaite expérimenter avec d’autres huiles végétales. On l’appelle ainsi en raison de la température de la pâte d’olives broyées et cela sert à préserver les caractéristiques physiques et nutritionnelles de l’huile EVO. Étapes du processus : de la mouture au pressage Le processus mécanique suit des étapes rigoureuses : autrefois, il se déroulait différemment, car on utilisait des meules en pierre qui tournaient sur les olives, qui n’étaient pressées qu’à la fin. Aujourd’hui, nous pouvons bien sûr utiliser des machines et équipements spécifiques pour le pressage des olives. Les nouvelles technologies sont indispensables pour contrôler et garantir les standards de production de l’huile d’olive extra vierge. Tout commence par la récolte des olives et leur lavage minutieux : c’est ici que nous éliminons feuilles, brindilles et impuretés, afin de ne travailler qu’avec des fruits sains. Vient ensuite la mouture à froid, étape où les olives sont broyées jusqu’à devenir une pâte molle. Suit la malaxation, un mélange lent et continu qui permet aux minuscules gouttes d’huile de se rassembler et de devenir plus faciles à séparer. Le cœur du processus est le pressage à froid : la pâte est soumise à une pression mécanique, sans ajout de chaleur, et la partie liquide, riche en huile, se sépare de la partie solide. Enfin, une dernière étape de filtration nous donne un produit clair, prêt à libérer à table toute sa valeur nutritionnelle et sensorielle. Fiscoli et pressoirs : outils traditionnels pour le pressage Pendant des siècles, le pressage à froid de l’huile a été confié à des outils simples mais ingénieux, qui racontent encore aujourd’hui la tradition paysanne. Parmi eux, il y a les fiscoli pour pressoir, disques fabriqués en fibres naturelles (aujourd’hui aussi synthétiques). Comment ça fonctionne ? La pâte d’olives est retenue dans les fiscoli, tandis que le liquide, riche en huile, s’écoule vers les récipients en dessous. Pourquoi est-ce utile ? Ils aident à séparer la partie solide de la partie liquide, permettant une extraction naturelle et respectueuse des propriétés des olives. Encore aujourd’hui, ceux qui produisent à petite échelle ou choisissent de conserver la méthode traditionnelle utilisent ces outils. Pour en savoir plus, vous trouverez ici une sélection de fiscoli pour huile, disponibles en différentes tailles. Ceux qui cherchent des informations pratiques, comme les prix des fiscoli pour moulin, peuvent s’orienter en évaluant les différents formats, afin de trouver la solution la plus adaptée à leurs besoins. Différence entre pressage à froid et à chaud Une des questions que l’on se pose souvent est la suivante : le pressage à chaud ou à froid est-il meilleur ? La réponse dépend de ce que l’on recherche dans l’huile. Le pressage à chaud utilise des températures plus élevées pendant la malaxation et les étapes suivantes : on obtient une plus grande quantité d’huile, car la chaleur facilite la séparation entre liquides et solides. Cependant, l’inconvénient est la qualité : une partie des arômes, des polyphénols et des substances nutritives est perdue. Le pressage à froid, en revanche, nous donne une huile riche en parfums, intense en goût et avec toutes les propriétés bénéfiques encore intactes. C’est pourquoi il est considéré comme le meilleur choix pour ceux qui privilégient la qualité. Pressage vs extraction à froid : les différences Le pressage à froid agit sur la pâte d’olives par pression : en comprimant la masse, l’huile se sépare naturellement des autres composants. L’extraction à froid, elle, utilise des installations modernes et des lamelles métalliques qui favorisent la séparation entre huile et eau. En fait, la première méthode nous ramène aux gestes de la tradition, avec des étapes plus lentes et manuelles. L’extraction à froid, elle, suit un processus plus rapide et linéaire, conçu pour des productions plus importantes. Pourquoi choisir l’huile obtenue à froid La raison est simple et la réponse se trouve dans le processus lui-même, véritable garantie de qualité. Cela signifie que pendant tout le processus de fabrication, la température n’a jamais dépassé 27 °C, préservant ainsi les arômes et les substances précieuses contenues dans les olives. Mais quels sont les avantages de l’huile pressée à froid ? Tout d’abord la richesse organoleptique : le parfum fruité, le goût prononcé avec des notes amères et piquantes, la couleur intense. Ensuite la partie nutritionnelle : polyphénols et vitamines. Enfin, la stabilité : une huile obtenue à froid, si elle est bien conservée, garde plus longtemps ses caractéristiques. Où acheter des outils pour le pressage à froid : la sélection de Vivi in Campagna Ceux qui choisissent de produire de l’huile de manière traditionnelle savent bien que les olives ne suffisent pas : il faut des outils adaptés à chaque étape du processus. Parmi eux, les plus caractéristiques sont les fiscoli, véritables alliés : résistants, lavables, réutilisables. Aujourd’hui, on peut trouver des fiscoli pour huile de différentes tailles, qui s’adaptent à chaque besoin. Pour obtenir une huile de haute qualité même avec le pressage traditionnel, il est essentiel de s’appuyer sur des équipements sûrs et efficaces. Sur Vivi in Campagna, vous trouverez une sélection de fiscoli pour pressoir et moulin, idéaux aussi bien pour le petit producteur que pour l’exploitation agricole qui souhaite maintenir vivant le lien avec la tradition.

Zangola: cos’è e come si usa per fare il burro
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Zangola : qu'est-ce que c'est et comment l'utiliser pour faire du beurre

Zangola : qu’est-ce que c’est et comment l’utiliser pour faire du beurre maison Jusqu’à il y a quelques décennies, elle était présente dans chaque maison de campagne. Aujourd’hui, elle revient sur le devant de la scène, surtout parmi ceux qui choisissent de redécouvrir la production domestique. La zangola est un outil pour faire du beurre de manière artisanale, et c’est précisément là que commence la zangolatura : un geste ancien et simple. Aujourd’hui, on trouve sur le marché des produits bien différents, entre zangolas manuelles et électriques, mais au final l’objectif de ces machines est de nous offrir un produit artisanal de très bonne qualité, fait maison. Voyons comment. Qu’est-ce que la zangola et comment fonctionne-t-elle Qu’est-ce qu’une zangola et à quoi sert-elle ? C’est un outil utilisé pour faire du beurre, conçu pour agiter la crème jusqu’à séparer la matière grasse du petit-lait. Le principe est toujours le même, même si les formes peuvent varier. En général, la zangola à beurre ancienne est un récipient cylindrique (ou tronconique) en bois. Aujourd’hui, elle est équipée d’un mécanisme manuel ou motorisé, selon le modèle. Le mouvement peut être rotatif ou à piston, mais le but ne change pas : travailler la crème jusqu’à obtenir une masse compacte de beurre et un liquide blanchâtre, le petit-lait, qui peut ensuite être réutilisé en cuisine. Et même s’il est vrai que la zangola a été pratiquement supplantée par la production industrielle de beurre, la zangolatura est encore aujourd’hui pratiquée dans les fermes, par ceux qui s’occupent du circuit court, par ceux qui veulent offrir le meilleur à leur clientèle. De plus : beaucoup s’intéressent à la production de beurre artisanal, comme nous le verrons plus loin. Aussi grâce à la facilité d’utilisation des nouveaux appareils. Comment fait-on du beurre avec la zangola ? Il suffit d’insérer de la crème fraîche et de lancer le mouvement. Après quelques minutes, les molécules de matière grasse se séparent et commencent à s’agréger : à partir de ce moment, la transformation commence. Combien de temps faut-il pour faire du beurre avec la zangola ? Cela dépend du type de zangola et de la température de la crème (généralement 12°C). Normalement, l’opération prend jusqu’à 50 minutes. Types de zangola : tradition et innovation Aujourd’hui, il existe différents modèles de zangola à beurre, mais tous s’inspirent de la même tradition. Les zangolas anciennes, fabriquées en bois, fonctionnaient à manivelle et avaient un charme particulier. Beaucoup de familles en possédaient une, souvent fabriquée à la main, avec un mécanisme simple mais ingénieux. Dans certaines zones rurales, elles sont encore utilisées. À côté de ces outils, il y a maintenant la version moderne : la machine à beurre. Elle a un design compact, et est parfaite pour ceux qui veulent faire du beurre maison sans effort. Quelle est la différence entre la zangola et la machine à beurre ? Pas seulement dans le fonctionnement, mais aussi dans la capacité et la praticité d’utilisation : on trouve en effet sur le marché des appareils modernes et sûrs à utiliser. Et sans difficulté particulière. Comment utiliser la machine pour faire du beurre maison Ceux qui veulent préparer du beurre artisanal à la maison peuvent le faire en quelques étapes, avec l’aide d’une machine à beurre. En Italie, on utilise la crème de lait frais, aussi appelée crème de lait, pour faire du beurre. Ce produit s’obtient par centrifugation ou par débourbage (ce dernier, par exemple, est aussi utilisé pour la préparation du parmesan, mais pas pour le beurre industriel). On recueille la crème de lait frais en la laissant reposer au réfrigérateur. On verse la crème dans la machine ou la zangola à beurre. On lance le cycle de zangolatura, manuel ou automatique. Une fois le beurre séparé du petit-lait, on filtre et on travaille le beurre jusqu’à obtenir la consistance désirée. Découvrez notre machine pour faire du beurre : c’est le choix idéal pour ceux qui souhaitent avoir un produit authentique, sans additifs ni conservateurs, prêt en peu de temps et avec un rendement maximal. Pourquoi choisir une zangola pour usage domestique Revenir à faire du beurre maison est une façon de retrouver des gestes oubliés, de choisir ce que l’on met sur la table et d’où cela vient. Utiliser une zangola ou une machine à beurre permet certainement de contrôler chaque étape de la préparation, en sélectionnant une crème fraîche de qualité, peut-être issue d’une filière courte. C’est aussi un moyen de réduire le gaspillage, de produire moins de plastique et de choisir un mode de consommation plus durable. Ceux qui aiment l’autoproduction le savent bien : il y a quelque chose de gratifiant à voir naître, entre ses mains, un aliment aussi simple que précieux. Et avec le bon outil pour faire du beurre, cela devient une expérience accessible à tous. Et puis il y a certainement une pointe de fierté à pouvoir dire qu’on se consacre à la production artisanale de beurre et à servir à ses invités ce que l’on a préparé de ses propres mains et avec beaucoup de dévouement, en choisissant des ingrédients de première qualité. Le beurre bon comme autrefois, à accompagner d’une tranche de pain tout juste grillée : quoi de mieux ? Découvrez la zangola parfaite pour faire du beurre maison sur Vivi in Campagna Produire du beurre artisanal de ses propres mains est une activité gratifiante, un geste qui parle de tradition, d’authenticité et d’attention à la qualité des ingrédients. Si vous souhaitez commencer, il est cependant important de vous équiper de l’outil adapté, comme nous l’avons vu. Sur Vivi in Campagna, une sélection d’équipements pour l’autoproduction est disponible, dont notre machine pour faire du beurre : compacte, intuitive, parfaite pour les familles ou peut-être les petits ateliers domestiques. Faire confiance à des outils bien conçus signifie redécouvrir les traditions paysannes de manière pratique et durable, et aujourd’hui c’est tout à fait possible. Visitez la boutique et commencez dès aujourd’hui votre production de beurre fait maison.

Come distillare il gin
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Comment distiller le gin

Comment distiller le gin à la maison : guide pratique pour débuter Pour les amateurs de gin et de produits faits maison, pouvoir le distiller soi-même signifie se lancer dans une activité créative et intéressante. Avant de comprendre comment distiller le gin à la maison, il faut d’abord se munir des outils adaptés, tels que des alambics de la bonne capacité, des thermomètres et, bien sûr, de l’alcool. La première étape, cependant, devrait consister à s’informer correctement auprès des autorités compétentes afin de vérifier la législation concernant l’auto-production. Si la distillation est à grande échelle, il faut en effet déclarer l’activité aux autorités compétentes. Équipement nécessaire pour distiller du gin à la maison Mais comment distiller le gin avec l’alambic ? Comme déjà mentionné, ce récipient fascinant aux nuances presque magiques doit être choisi avec une capacité ne dépassant pas 3 litres pour garantir un meilleur contrôle et donc un résultat adapté. L’alambic pour gin est souvent équipé de technologies très utiles et efficaces qui empêchent les épices utilisées de brûler par accident : celles-ci sont en effet maintenues bien à l’écart de la flamme et confèrent à la boisson une saveur délicate. L’alambic, cependant, bien qu’étant un outil fondamental, n’est pas le seul à faire partie du kit. Il sera indispensable de se munir de thermomètres capables de mesurer avec précision la température du distillat à chaque étape de la préparation. La grille en cuivre est un élément qui se place pour séparer la partie solide du liquide de distillation : chaque modèle d’alambic a sa propre grille adaptée à ses dimensions. La haute qualité des composants individuels influence positivement le résultat final. Ingrédients essentiels pour un gin artisanal Le premier ingrédient pour distiller du gin à la maison est donc l’alcool. Le pourcentage idéal d’alcool en volume est de 96 %, afin d’assurer la pureté du produit. Mais un bon gin fait maison nécessite aussi de l’eau à faible résidu, de préférence distillée. En équilibrant la quantité d’eau, on détermine le degré alcoolique. Les botaniques pour gin sont simplement les épices qui peuvent personnaliser l’arôme. Tout est une question de goût, mais le mélange d’épices pour un gin classique est principalement composé de genièvre, d’écorces d’orange ou d’agrumes et de coriandre. Le genièvre est une plante qui compte environ 70 variétés différentes, mais pour la production artisanale de gin, seules une dizaine sont utilisées. Les baies du Juniperus Communis constitueront au moins la moitié de la recette du gin maison, soit environ 30 g par litre : le degré de maturité est très important pour en obtenir l’extraction. Le linalol et le pinène apportent les arômes d’agrumes typiques de la coriandre, qui contrebalance la saveur plus prononcée du genièvre. Bien que les baies soient généralement utilisées, on emploie souvent aussi les feuilles. Pour environ 10 %, il faut ajouter les écorces séchées d’agrumes dans le mélange. Les oranges conviennent, mais aussi les pamplemousses ou citrons, selon les nuances que l’on souhaite donner au distillat. Pour personnaliser la saveur, mais aussi pour “stabiliser” mieux le mélange, il est possible d’ajouter des racines d’iris, aux notes florales, ainsi que de la réglisse, de la cardamome, des fleurs et d’autres épices. Étapes de la distillation Pour mieux comprendre comment distiller le gin à la maison, il faut connaître les différentes étapes, qui sont : La macération. La distillation. La collecte du cœur. Lors de la macération, les botaniques peuvent être traitées à froid ou à chaud dans l’alcool. Des températures plus basses et des temps d’extraction longs caractérisent un gin à l’arôme délicat, tandis qu’un goût prononcé s’obtient en augmentant les premières et en raccourcissant les secondes. Avec l’alambic pour gin on procède à la distillation à la vapeur. La distillation à froid extrait néanmoins la plupart des saveurs avec une pression moindre, tandis qu’avec celle à la vapeur, on peut distinguer une sorte de pyramide du distillat. Le premier liquide qui sort est appelé la tête, puis vient le cœur, à température plus élevée, et la queue qui est la partie finale. Pour obtenir un bon gin, il faut “couper” précisément les éléments de tête et de queue, afin d’extraire un “cœur” parfaitement équilibré en saveurs et en degré alcoolique. On peut dire que la meilleure production de gin fait maison se situe entre 80 et 90 degrés Celsius. Erreurs courantes et conseils pratiques Un des conseils sur comment distiller le gin à la maison est d’éviter de brûler les épices avec une flamme trop forte à la base. La qualité des matériaux et des ingrédients sera également d’une importance capitale, comme pour toutes les bonnes recettes qui se respectent. Utiliser un degré alcoolique trop bas peut être une erreur fatale qui conduit à la saponification : sur le plan organoleptique, cela se produit lorsque les acides gras sont très concentrés et que la température baisse trop rapidement avec l’ajout d’eau. Le résultat est un produit trouble et au goût peu agréable. Une production maison optimale de gin implique donc de suivre chaque étape de manière appropriée, sans rien négliger, des ingrédients à la coupe. Un alambic peut coûter entre 36 euros pour les petites capacités, jusqu’à un peu moins de 295 euros pour plusieurs litres. Découvrez les outils pour distiller le gin dans la boutique de Vivi in Campagna Trouver l’équipement adapté pour la distillation maison du gin n’est pas compliqué, surtout si l’on fait confiance à des boutiques en ligne fiables comme Vivi in Campagna, où rien ne manque pour créer son propre gin personnalisé. Tout d’abord, il y a une large sélection d’alambics de différentes capacités, en matériaux tels que l’acier et le cuivre, parfaits pour cette production. On trouve aussi des grilles et d’autres accessoires comme les serpentins ou les thermomètres de haute précision. On peut également acheter des bouteilles pour conserver le gin et des botaniques de toutes sortes, sans oublier les épices indispensables. Tous les produits sont conçus pour les passionnés, petits artisans et amateurs attentifs à la qualité. Consultez dès maintenant le catalogue complet dans la section dédiée à la distillation.