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Come fare la passata di pomodoro
Come fare la passata di pomodoro C'è un momento preciso, verso la fine di agosto, in cui l'aria si riempie di un profumo di casa. È il segnale che nelle cucine italiane, dalle Alpi alla Sicilia, è ricominciato il rito. Imparare come fare la passata di pomodoro significa custodire un pezzo di storia familiare, un’eredità che si tramanda tra scottature sulle dita e bottiglie allineate in cantina come soldatini di vetro. Ma per ottenere un risultato che superi di gran lunga quello industriale, non basta la nostalgia: servono tecnica, pazienza e gli strumenti giusti. Come fare la passata di pomodoro passo dopo passo Tutto comincia dalla terra. Se volete una passata che sappia davvero di sole, la selezione del pomodoro è il primo, invalicabile step. Il San Marzano è il re indiscusso per la sua polpa soda e i pochi semi, ma anche il fiaschetto o il perino danno soddisfazioni enormi. I pomodori devono essere integri, di un rosso profondo, senza macchie sospette o ammaccature che potrebbero compromettere la conservazione. Una volta portate a casa le cassette, si passa al lavaggio. Non è un passaggio da sottovalutare: i frutti vanno immersi in acqua fresca per eliminare residui di terra e polvere, cambiandola finché non risulta limpida. Dopo averli asciugati sommariamente, si procede al taglio. Qui la scuola si divide: c’è chi incide solo la pelle e chi li taglia a metà per eliminare l’eccesso di acqua di vegetazione e i semi più grossi. La prima cottura avviene in grandi pentole. I pomodori devono "appassire", rilasciare la loro anima liquida e diventare morbidi. Non serve aggiungere acqua, anzi: è il calore che deve fare il lavoro sporco. Una volta che la massa è cedevole, entra in gioco lo scolapomodoro (o il passatutto elettrico per chi ha grandi quantità). Questo strumento separa la polpa vellutata dalle bucce e dai semi. Il segreto dei vecchi? Ripassare le bucce una seconda volta per estrarre fino all'ultima goccia di sapore. Quanto deve cuocere la passata di pomodoro Il dubbio amletico di ogni principiante è sempre lo stesso: quanto deve cuocere la passata di pomodoro? La risposta breve è: finché non raggiunge la consistenza desiderata. Se cercate una salsa fluida, ideale per cotture lunghe come i ragù, bastano 15-20 minuti dopo il passaggio nel passapomodoro. Se invece puntate a una passata densa, capace di "aggrapparsi" alla pasta, i tempi si allungano e la fiamma deve essere dolcissima. La passata deve sobbollire, non saltare fuori dalla pentola. Un trucco visivo? Quando la schiuma superficiale scompare e la salsa assume un colore rosso più scuro e opaco, ci siamo. Ricordate però che una cottura eccessiva può scurire troppo il prodotto, facendogli perdere freschezza. Quanto deve bollire la passata di pomodoro in bottiglia Una volta imbottigliata la salsa (rigorosamente in contenitori sterilizzati e con tappi nuovi), bisogna affrontare la fase della pastorizzazione. Ma quanto deve bollire la passata di pomodoro in bottiglia per essere sicuri che non si rovini? La regola aurea parla di 30-40 minuti dal momento in cui l'acqua del calderone raggiunge il bollore pieno. Le bottiglie devono essere avvolte in canovacci di stoffa per evitare che si rompano urtandosi. L'acqua deve superare il livello dei tappi di almeno 4-5 centimetri. Una volta spento il fuoco, le bottiglie vanno lasciate raffreddare nella stessa acqua. Questo lento calo della temperatura garantisce la formazione del sottovuoto. Sentirete quel "clack" secco del tappo che si abbassa: è il suono della vittoria contro i batteri. Come cucinare la passata di pomodoro Una volta che avete la vostra dispensa piena, il divertimento si sposta ai fornelli. La passata fatta in casa essendo un prodotto già parzialmente cotto e molto concentrato, richiede tempi di preparazione più brevi in cucina. Il sugo veloce: un soffritto di aglio o scalogno, un giro d'olio extravergine di oliva e la vostra passata. Dieci minuti e avrete un condimento che profuma d'estate. La pizza: qui serve la passata "cruda" o pochissimo cotta, condita solo con sale e origano, per evitare che in forno diventi troppo asciutta. Secondi piatti: provate a usarla per delle polpette al sugo o per un pollo alla cacciatora. La densità della passata artigianale avvolge la carne in modo unico. Come togliere l’acidità dalla passata di pomodoro Esistono diversi metodi su come togliere l'acidità dalla passata di pomodoro senza snaturarne il profilo organolettico. Il rimedio più classico è lo zucchero: ne basta la punta di un cucchiaino per bilanciare il pH. Ma se volete essere più naturali, la tradizione contadina suggerisce l'uso della carota. Inserire una carota intera o grattugiata durante la cottura finale della salsa permette di assorbire l'acidità rilasciando una dolcezza delicata. Gli strumenti indispensabili per fare la passata di pomodoro Per trasformare quintali di pomodori in litri di vellutata delizia, l'attrezzatura fa la differenza. Vi servono: Scolapomodoro e passapomodoro: manuali per i puristi, elettrici per le grandi quantità; Bottiglie in vetro: resistenti agli sbalzi termici; Tappi nuovi: mai riutilizzare quelli dell'anno precedente per evitare rischi di muffe o cattiva tenuta del sottovuoto; Pentole capienti: preferibilmente in alluminio. Le pentole in alluminio per la salsa Perché tutti i grandi esperti di conserve usano l'alluminio? La risposta sta nella conducibilità termica. La passata di pomodoro tende ad attaccarsi sul fondo se il calore non è distribuito alla perfezione. Le pentole in alluminio garantiscono che ogni centimetro della superficie scaldi allo stesso modo, evitando quei punti caldi che bruciano la salsa dando un retrogusto di fumo. Vuoi un risultato professionale e una cottura impeccabile? , progettate specificamente per chi non accetta compromessi sulla densità della propria passata. Lo scolapomodoro: alleato indispensabile Senza uno scolapomodoro degno di questo nome, vi ritrovereste con una salsa piena di semi e bucce fastidiose. Questo strumento ha un compito nobile: filtrare l'essenza del pomodoro, eliminando gli scarti in modo efficiente. Uno strumento di qualità lavora senza surriscaldare la polpa, mantenendo intatte le proprietà organolettiche e quel colore rosso vibrante. Vuoi preparare la tua passata con gli strumenti giusti e non farti trovare impreparato dalla prossima stagione dei raccolti? sul nostro store e trasforma la tua cucina in una vera officina del gusto.
Pour en savoir plusDistillazione con alambicco: come funziona?
Distillazione con alambicco: come funziona? La distillazione è una vera e propria arte e presenta origini antichissime: se ne trovano tracce tra i Greci e i Romani, anche se i più profondi conoscitori furono gli Arabi, che la introdussero presso i popoli del Mediterraneo. Allo stesso tempo, è una scienza, complice la codificazione esatta di ogni fase, che necessita di profonda dedizione e passione. Al centro di questo processo c’è uno strumento in particolare, ovvero l’alambicco. Perfezionato nei secoli, permette di separare e concentrare gli aromi attraverso il calore, regalando grappe, liquori e oli essenziali di qualità superiore. Il rame rappresenta da sempre il materiale d’elezione per la costruzione degli alambicchi: resistente e gradevole alla vista, si rivela il conduttore perfetto del calore, in grado di purificare il distillato eliminando le impurità. Oggi analizziamo come funziona un alambicco, perché il rame fa la differenza e il modo di utilizzarlo al meglio per ottenere risultati eccellenti. Alambicco: significato e origini Ma cos’è un alambicco? Il significato del termine di origine araba “al-ambiq” è “distillare”. La parola è presente anche in greco, ovvero “ambix”, che significa “tazza”. La radice etimologica del termine conferma le radici antiche dello strumento e della stessa distillazione, che vanta una storia ultramillenaria. L’alambicco è stato introdotto e perfezionato dagli Arabi, per poi venire adottato da monaci e alchimisti per la produzione di oli essenziali, rimedi medicinali e distillati alcolici. Per secoli è stato lo strumento principe per ottenere ingredienti di qualità. E lo è ancora oggi. Come funziona un alambicco Vediamo ora come funziona un alambicco. Alla base c’è un principio tanto semplice quanto efficace: si agisce sulla differenza tra i punti di ebollizione dell’alcol e dell’acqua per separare le sostanze. Ecco i passaggi chiave di natura generale: la materia prima viene inserita nella caldaia (o cucurbita) e riscaldata fino all’ebollizione; la caldaia è chiusa da un tappo detto anche capitello; i vapori dell’alcol, che si formano a temperature più basse rispetto all’acqua, passano all’interno di un tubo detto “collo di cigno” oppure collettore; da qui vengono convogliati nella serpentina di raffreddamento (o refrigerante). Immersa in acqua fredda, la serpentina condensa i vapori riportandoli allo stato liquido; si può dunque procedere alla raccolta del distillato purificato. Perché scegliere un alambicco in rame Gli alambicchi in rame sono considerati i più pregiati grazie alle proprietà organolettiche ottimali che migliorano significativamente la qualità del distillato. Sono reputati superiori rispetto a quelli in acciaio. Resistente alle alte temperature e alla corrosione, il rame ha la capacità di distribuire il calore in modo uniforme, evitando bruciature e garantendo un’ebollizione omogenea. Inoltre, si lega chimicamente ai composti solforati presenti nelle materie prime, eliminando odori sgradevoli e impurità che rovinerebbero il prodotto finale. Funge quindi da “regolatore dello zolfo”. Tipologie di alambicchi in rame disponibili Esistono diverse tipologie di alambicchi in rame, i quali si distinguono per capacità, forma e sistema di raffreddamento. I modelli più diffusi sono quelli a serpentina, di cui abbiamo descritto il meccanismo qui sopra. Esistono pertanto versioni a fuoco diretto, con la caldaia esposta al fuoco e il riscaldamento viene effettuato direttamente, come suggerisce il termine. Ci sono poi i modelli a bagnomaria: dotati di due caldaie, una inserita nell’altra, hanno un riscaldamento del liquido più delicato e graduale. Infine, gli alambicchi a vapore sono i più moderni. Risalgono all’Ottocento e funzionano, come sottintende il nome, a vapore. Non c’è un modello di per sé migliore dell’altro: a fare da spartiacque è infatti la stessa presenza del rame. La scelta dipende dall’uso previsto e dalle quantità da produrre. Alambicchi piccoli: ideali per uso domestico Gli alambicchi con capienza tra 0,5 e 2 litri sono l’ideale per chi desidera approcciarsi in casa alla distillazione. Permettono di produrre piccole quantità di grappe, liquori e oli essenziali. Risultano compatti, poco ingombranti e di semplice gestione. Alambicchi grandi: per produzioni più abbondanti Per le produzioni artigianali e semi-professionali sono necessari alambicchi di dimensioni maggiori. Per un uso casalingo possono andare bene i modelli da 5 litri; a livello industriale vengono impiegati alambicchi che contengono da 80 a oltre 500 litri. Permettono di distillare quantità maggiori mantenendo tutte le caratteristiche qualitative del rame. Come avviene la distillazione con un alambicco in rame Entriamo ora più nel dettaglio su come funziona un alambicco in rame e come avviene questa particolare distillazione. Il processo pratico richiede attenzione e precisione in ogni fase: preparazione: si carica la caldaia con la materia prima senza riempirla completamente; riscaldamento: si porta il liquido gradualmente a ebollizione, controllando costantemente la temperatura per evitare possibili bruciature; taglio del distillato: i primi vapori (detti anche “teste”) vanno scartati perché contengono delle impurità; si raccoglie solo il “cuore”, la parte pregiata ricca di aromi; le “code” finali, meno pregiate, si eliminano o distillano nuovamente; pulizia dell’alambicco: dopo ogni utilizzo il dispositivo va pulito accuratamente. Questo step è essenziale per mantenerlo efficiente nel tempo. Consigli pratici per un buon risultato Dotarsi di un alambicco di rame di qualità è indispensabile per risultati degni di nota. Questo a patto di partire da materie prime fresche e ben conservate, gestendo con attenzione le temperature. Meglio evitare di aumentare troppo velocemente le temperature, così da essere certi di non bruciare il contenuto e rovinare gli aromi. Inoltre, è buona prassi controllare che le giunture siano ben sigillate: permette di prevenire le dispersioni di vapore. Infine, è indispensabile pulire l’alambicco dopo ogni utilizzo e asciugarlo completamente prima di riporlo in un luogo asciutto e ventilato: il rame non ama i luoghi umidi e necessita, per evitare ossidazioni, di un ambiente areato. A parità di procedimento, il rame fa la differenza sulla qualità del distillato, risultando versatile e pregevole per gli alambicchi: una vera sicurezza tanto per gli appassionati quanto per gli addetti ai lavori. Vuoi un alambicco in rame tradizionale per le tue distillazioni?
Cottura forno a legna: tecniche per cuocere pane e molto altro
Cottura forno a legna: tecniche per cuocere pane e molto altro Scopri cosa cucinare nel forno a legna e come cuocere pane e pizza con le teglie in lamiera blu di ferro per risultati perfetti. Entra nel sito. La cottura nel forno a legna è una metodologia antica e affascinante. Allo stesso tempo, è performante per ottenere alimenti con qualità sensoriali elevate e una struttura organolettica superiore. La combinazione tra calore radiante, massiccia inerzia termica e microclima interno permette di cuocere con risultati difficilmente replicabili attraverso strumenti moderni. Facciamo chiarezza. Cosa cucinare nel forno a legna Nel definire cosa cucinare nel forno a legna si entra in un vero e proprio universo di possibilità tecniche. Questo strumento, grazie alla sua struttura e alla dinamica termica interna, è in grado di lavorare alimenti con esigenze molto differenti. Il pane, ad esempio, sfrutta al meglio il calore radiante che investe la volta e che, unito all’umidità residua della camera di cottura, favorisce lo sviluppo della mollica e la formazione di una crosta resistente e croccante. La pizza, al contrario, richiede temperature elevate, spesso superiori ai 400 °C, che permettono una cottura estremamente rapida e assicurano al cornicione una crescita omogenea, un fondo ben cotto e una struttura leggera e scioglievole. Le carni trovano nel forno a legna un alleato ideale, poiché la combinazione di calore indiretto e lieve affumicatura naturale consente di ottenere dorature regolari e un mantenimento ottimale dei succhi interni. Le verdure, esposte a un processo di caramellizzazione uniforme, acquisiscono aromi più complessi e conservano una consistenza equilibrata grazie all’assenza di shock termici improvvisi. E i dolci? Gli esperti sanno che beneficiano della graduale diminuzione della temperatura del forno, evitando collassi strutturali e garantendo uno sviluppo armonioso. Come cuocere il pane nel forno a legna La preparazione inizia con l’accensione della legna, preferibilmente essenze dure ben stagionate che garantiscono una combustione stabile e prolungata. La fiamma deve riscaldare in modo omogeneo la volta e il piano refrattario, fino a quando la fuliggine non inizia a sbiancare: questo segnale visivo indica che il forno ha raggiunto una temperatura consistente e che il calore è penetrato in profondità nella struttura. Il pane necessita generalmente di un ambiente compreso tra 220 e 260 °C. Il livello è indicativo, in quanto un eccesso termico potrebbe bruciare il prodotto mentre una temperatura bassa comprometterebbe la spinta iniziale (con la formazione di un una mollica compatta e non sviluppata). I tempi di cottura variano in base alla pezzatura, ma durante l’intera fase è fondamentale non aprire inutilmente lo sportello del forno, poiché ogni apertura fa calare sensibilmente la temperatura e altera il processo. Prima di infornare, si consiglia di lasciare stabilizzare il forno a seguito della rimozione della brace, consentendo al calore di distribuirsi uniformemente. Oltremodo l’incisione dell’impasto gioca un ruolo tecnico rilevante: tagli netti e precisi guidano l’espansione della crosta e impediscono aperture irregolari. La pizza nel forno a legna: tradizione e tecniche La pizza cotta nel forno a legna è iconica nonché simbolo in tutto il mondo. Un buon prodotto finale si ottiene preriscaldando il forno, alimentandolo con una fiamma viva e costante per non meno di 60 minuti, al fine che il calore venga sapientemente accumulato. Una volta raggiunta la temperatura di esercizio, la fiamma viene spostata lateralmente, o posteriormente, per creare un flusso termico continuo che investa la pizza in modo armonioso. La cottura diretta sul piano refrattario richiede rapidità, precisione e una rotazione costante dell’impasto. La pizza, infatti, cuoce in sessanta o novanta secondi e ognuno di questi influisce sulla formazione del cornicione, sulla caramellizzazione degli zuccheri e sulla struttura interna. Teglie in lamiera blu di ferro: perché usarle per la pizza La è uno degli strumenti più apprezzati nel settore della panificazione e della pizzeria professionale, grazie alle sue caratteristiche termiche e meccaniche. Questo materiale assorbe calore in modo rapido e lo restituisce con costanza, garantendo una diffusione omogenea sulla superficie della teglia. Tale uniformità si traduce in una cottura precisa del fondo della pizza, che risulta croccante e ben asciutto. La lamiera blu di ferro è oltremodo in grado di resistere senza deformarsi anche a temperature molto elevate, tipiche del forno a legna. Questa stabilità rende la teglia un supporto affidabile e costante, determinante quando si lavora con impasti morbidi e ad alta idratazione che richiedono una trasmissione del calore equilibrata. Il risultato finale è una pizza che combina un fondo ben cotto, una superficie perfettamente colorata e una bontà unica nel suo genere. Tecniche di cottura con il forno a legna Si possono applicare alcune tecniche di cottura con il forno a legna, ciascuna delle quali richiede una gestione attenta del calore e della disposizione degli alimenti. La cottura diretta sul piano è quella che sfrutta maggiormente la conduzione termica del refrattario ed è ideale per impasti e alimenti che necessitano di una reazione rapida, come pizza e focacce. La cottura in teglia, al contrario, introduce un elemento intermedio che smorza la potenza del calore diretto e permette una gestione più controllata, rendendola adatta a verdure, dolci, carni e pizze in teglia. La gestione della brace è un tecnicismo da non sottovalutare: posizionarla lateralmente consente una distribuzione più uniforme del calore, mentre collocarla sul fondo del forno genera un irraggiamento più intenso che favorisce dorature rapide. Consigli pratici per la cottura ottimale Per ottenere una cottura ottimale è importante disporre gli alimenti in relazione al flusso termico interno, collocando i prodotti che richiedono doratura rapida vicino alla fiamma e quelli che necessitano di una cottura più gentile nelle zone più lontane. La temperatura si mantiene stabile alimentando il fuoco con legna di dimensioni omogenee, evitando oscillazioni improvvise. Il forno a legna è uno strumento di straordinaria precisione termica e versatilità, in grado di valorizzare pane e pizza ma anche carni, verdure e dolci. Vuoi scoprire i migliori forni a legna e accessori per le tue ricette?
Chinois o colino cinese: a cosa serve e differenze con altri colini
Chinois o colino cinese: a cosa serve e differenze con altri colini Scopri cos’è il chinois o colino cinese, a cosa serve in cucina e le differenze con altri colini. Utile per vellutate, salse e brodi. Lo conosciamo come chinois, oppure colino cinese, ed è un utensile elegante e funzionale di grande precisione che si distingue per innumerevoli impieghi. Nelle cucine professionali non può mancare, e anche negli ambienti domestici si sta diffondendo sempre più, ma attenzione a non confonderlo con un colino tradizionale. Il suo aspetto somiglia a quello di un imbuto metallico, presenta una fitta maglia e ha una struttura che lo rende versatile. È per lo più realizzato in acciaio inox, è igienico e resistente e quindi utile per un uso intensivo. La sua forma a tronco di cono permette di raccogliere e canalizzare facilmente i liquidi filtrati, mentre il manico lungo consente di maneggiarlo in modo sicuro anche con liquidi bollenti o preparazioni calde. In alcuni casi sono inclusi un supporto e un gancio laterale. Il chinois è un alleato prezioso per ottenere salse lisce, brodi limpidi e vellutate perfette, senza residui o grumi ma approfondiamo tutto nel dettaglio. A cosa serve il colino cinese in cucina Sono diverse le funzioni che un colino cinese offre; di base lo strumento serve per filtrare e setacciare liquidi o semiliquidi migliorandone la texture e l’aspetto ma non solo. Ecco come può essere utilizzato: Filtraggio di brodi e fondi di cottura. In un solo passaggio si eliminano ossa, residui, verdure o impurità ottenendo un perfetto consommé, zuppe raffinate o un brodo pronto all’uso; Preparazione di salse e creme. Con una trama fine trattiene grumi e residui garantendo una consistenza vellutata; Passati, vellutate e zuppe. Dopo la cottura le verdure vengono passate ottenendo una crema liscia e omogenea senza l’uso di panna, frullatore o altri elementi; Eliminare semi o bucce. Perfetto per filtrare passate di pomodoro, coulis di frutta o marmellate; Scolare o cuocere piccole quantità di cibo. Alcuni modelli di chinois possono essere usati per friggere o cuocere in acqua alimenti delicati, come gnocchi o verdure, grazie alla loro robustezza in acciaio. Chinois e alta cucina: perché è amato dagli chef Nelle cucine professionali, il chinois è un vero e proprio simbolo di perfezione. Molti cuochi professionisti e chef lo ritengono uno strumento assolutamente irrinunciabile e anche versatile. Dopo aver scoperto le funzionalità del colino cinese e a cosa serve non si torna indietro, soprattutto per la sua incredibile capacità di filtraggio senza alterare il sapore. Rispetto a frullatori o passini, che riscaldano e modificano la consistenza, questo strumento lavora in modo meccanico e delicato. Negli ambienti professionali, viene spesso utilizzato insieme a un pestello in legno o acciaio, che serve a spingere il composto contro le maglie per estrarre ogni goccia di liquido utile. È una pratica comune, per esempio, nelle cucine francesi, dove lo chinois è indispensabile per preparare salse come la béchamel, la demi-glace o riduzioni di vino e burro. Oltre all’efficienza, il chinois rappresenta un segno di cura e attenzione al dettaglio. Nell’alta cucina, una salsa che non ha grumi o un brodo limpido esalta il gusto e diventa più bello da vedere e proprio per questo è un utensile amatissimo. Differenze tra chinois e altri tipi di colini Se volessimo fare un confronto tra il chinois e altre tipologie di colino è inevitabile notare le differenze. Partiamo dalla forma che in questo modello ha un design conico allungato per concentrare i liquidi e facilitare il filtraggio, a differenza di quelli tradizionali più emisferici o piatti. Altrettanto importante è la maglia che risulta più fitta e uniforme non fine, così da dare equilibrio e trattenere impurità e fibre senza bloccare il passaggio dei liquidi più densi. Nei colini classici le maglie sono più larghe, quindi ideali per scolare la pasta o lavare gli alimenti mentre i setacci hanno maglie finissime utili per farine o zucchero a velo ma non adatti ai liquidi. Il filtraggio professionale viene conferito proprio dal chinois che migliora la consistenza e la limpidezza delle preparazioni, a differenza del setaccio preferito in pasticceria o del modello evergreen per operazioni rapide e grossolane. Quando scegliere un chinois e quando un colino tradizionale Se dovessimo riassumere potremmo dire che il chinois va scelto quando si cerca un brodo limpido o privo di residui, si desidera preparare salse, vellutate o creme dalla texture liscia, si devono rimuovere semi o bucce da frutta e verdura cotta o nei lavori con riduzioni e fondi di cottura. Il colino tradizionale, invece, è perfetto per scolare pasta e verdure, se serve lavare gli alimenti come legumi o riso o se si necessita di un utensile pratico per filtrare con velocità. Come usare correttamente il chinois Per usare correttamente il chinois suggeriamo di seguire questi step: Versare il liquido lentamente quando la preparazione è ancora calda e posizionandolo sopra una ciotola o una pentola. Grazie alla forma conica il contenuto defluirà uniformemente trattenendo invece le parti solide; Utilizzare un pestello o un mestolo per aiutarsi premendo delicatamente il composto contro la rete; Non forzare troppo perché la forza eccessiva potrebbe portare a un passaggio di residui indesiderati o a deformare la maglia; La pulizia viene eseguita con acqua calda e subito dopo l’utilizzo così da evitare che i residui si secchino. Un piccolo trucco: se vuoi filtrare una preparazione molto densa, come una purea o una passata, puoi posizionare il chinois sopra una ciotola e lasciare scolare lentamente, senza forzare. È grazie a questo semplice passaggio che si otterrà una crema vellutata e finissima da ristorante gourmet. Investendo in un buon colino cinese sarà facile destreggiarsi in cucina gustando preparazioni a regola d’arte. Vuoi provare un chinois professionale per le tue ricette?.
Moscarola : qu'est-ce que c'est et à quoi ça sert
Moscarola : qu’est-ce que c’est, comment ça fonctionne et pourquoi l’utiliser pour conserver charcuteries et fromages L’histoire de la moscarola prend aujourd’hui presque les contours d’un conte. Oui, car il faut remonter dans le temps pour comprendre l’usage de ce produit et pourquoi il est encore utile dans certains cas, comme nous le verrons. Les origines et la signification de ce dispositif se trouvent dans notre passé, lorsque les principaux ennemis de la nourriture étaient justement les mouches, les insectes et plus généralement les animaux. À l’époque, il n’y avait pas encore de réfrigérateur mais il fallait conserver charcuteries, fromages et bien d’autres aliments. Qu’est-ce que la moscarola : origine et signification Elle porte plusieurs noms : moscarola ou moscaiola, et autrefois c’était un cadre en bois avec des parois en gaze, ou composé d’un grillage métallique très fin, où nos ancêtres plaçaient la nourriture pour la protéger des insectes. À l’époque, elle était exposée au nord, ou en tout cas dans un endroit frais, justement pour éviter la détérioration des aliments. Évidemment, ces derniers n’étaient pas conservés pendant des mois, mais au moins quelques jours, selon le produit. Il faut dire que ce besoin était crucial : beaucoup, comme les paysans, préparaient divers aliments à la maison, y compris les fromages. Et en effet, la moscarola pour fromages fait partie de notre tradition. Vivre avec certaines difficultés nous semble aujourd’hui presque étrange : nous avons le réfrigérateur à notre disposition, où nous rangeons les courses une fois faites ou ce que nous avons fabriqué de nos mains, car certains font encore du fromage à la maison. Il suffit de laisser les aliments dehors plus de quelques heures pour voir immédiatement arriver les insectes. La moscarola servait donc à conserver la viande, les fromages, le lait, les fruits ou le pain : ainsi on évitait la détérioration de la nourriture à cause des insectes. À quoi sert la moscarola aujourd’hui Bien sûr, à ce stade, on pourrait se demander : à quoi sert la moscarola aujourd’hui ? La réponse est simple : pour la conservation naturelle des fromages et charcuteries. Ce dispositif avec des parois métalliques reste utile. Pour ceux qui sont encore attachés à la tradition et souhaitent peut-être envisager une alternative pratique et durable au réfrigérateur, la moscarola pour charcuteries ainsi que la moscarola pour fromages sont parfaites pour conserver les produits alimentaires. Non seulement elles protègent contre les insectes, mais elles aident aussi à maintenir une humidité contrôlée. En fait, il s’agit d’un dispositif qui offre un environnement aéré : les mouches ou autres insectes ne peuvent pas atteindre la nourriture à l’intérieur et en même temps la conservation se fait à la bonne température. L’ingéniosité de nos ancêtres nous aide encore aujourd’hui : il est vrai que nous pouvons toujours ouvrir le réfrigérateur et y ranger par exemple les fromages faits maison, mais en même temps, à une époque où l’on parle souvent d’efficacité énergétique et de pollution environnementale, la moscarola reste une alternative 100 % durable. Où placer la moscarola pour une utilisation correcte Il est aussi important de commencer à comprendre où placer la moscarola pour l’utiliser correctement. Si nous avons l’habitude de faire des fromages et charcuteries à la maison ou si nous avons un petit gîte rural ou une entreprise familiale, il faut considérer certains aspects. Tout d’abord, il faut la placer dans l’endroit le plus frais, qui doit aussi être aéré : de préférence un lieu où la température est stable et ne dépasse pas 20 °C, surtout si l’on veut conserver charcuteries et fromages. Habituellement, ce dispositif est placé dans une niche exposée au nord, comme autrefois. À l’époque, on creusait même une niche dans le mur exposé au nord : même en été, elle restait plus fraîche que les zones exposées au soleil. On trouve aussi la cave, qui est généralement fraîche : la température y reste stable, c’est donc un environnement contrôlé. Sinon, on peut aussi opter pour une pièce de la maison, à condition que la température ne dépasse pas certaines limites. Si nous sommes intéressés par cet équipement, nous pouvons soit l’acheter, soit fabriquer une moscarola maison. Pour construire une moscarola, on peut utiliser une structure en bois ou en métal : l’important est qu’elle soit entourée d’un grillage à mailles fines qui doit envelopper les étagères où seront ensuite placés fromages et charcuteries. Sinon, on peut réaliser la structure en utilisant un filet en PVC : il faut plusieurs éléments pour le cadre, le filet, les étagères et les portes. Cependant, si nous ne sommes pas très bricoleurs ou que nous n’avons pas la dextérité nécessaire pour en fabriquer une, la bonne nouvelle est que nous pouvons l’acheter. Achetez une moscarola en bois prête à l’emploi sur Vivi in Campagna Être capable de conserver le fromage après l’avoir fait maison est essentiel pour ne pas perdre le parfum et la saveur originels du produit. Mais nous pouvons offrir une solution simple, à savoir la moscarola en bois disponible sur Vivi in Campagna. Découvrez la moscarola pour charcuteries et fromages en bois 40x40x65 cm : c’est le dispositif idéal pour la conservation naturelle des fromages et charcuteries. Ses dimensions réduites permettent de la placer facilement dans des endroits frais comme la cave, sans prendre trop de place. La structure est en bois solide et présente un grillage métallique fin sur les quatre côtés. Cette solution empêche le contact avec les insectes tout en garantissant une aération adéquate. La moscarola est aussi équipée d’un plateau intermédiaire et de crochets pour suspendre les saucissons, ce qui la rend pratique et fonctionnelle pour divers besoins. Ainsi, vous pourrez conserver vos aliments sans craindre les insectes, comme le veut la tradition.
Extraction d'huile à froid : qu'est-ce que c'est, comment ça fonctionne
Pressage à froid de l’huile : qu’est-ce que c’est, comment ça fonctionne et pourquoi le choisir Souvent, lorsque nous achetons une bouteille d’huile, nous lisons l’étiquette : pressage à froid. Que signifie cette technique, comment fonctionne-t-elle et pourquoi la choisir si nous voulons préparer l’huile à la maison ? Le processus de pressage à froid de l’huile comprend plusieurs étapes : nous en parlons ci-dessous. Qu’est-ce que le pressage à froid de l’huile Quel est le sens de l’huile extraite à froid ? Le pressage à froid de l’huile se fait par un procédé mécanique ; pendant l’extraction, la température est inférieure à 27 °C. Cependant, cette température concerne l’huile d’olive extra vierge ; elle peut être plus élevée si l’on souhaite expérimenter avec d’autres huiles végétales. On l’appelle ainsi en raison de la température de la pâte d’olives broyées et cela sert à préserver les caractéristiques physiques et nutritionnelles de l’huile EVO. Étapes du processus : de la mouture au pressage Le processus mécanique suit des étapes rigoureuses : autrefois, il se déroulait différemment, car on utilisait des meules en pierre qui tournaient sur les olives, qui n’étaient pressées qu’à la fin. Aujourd’hui, nous pouvons bien sûr utiliser des machines et équipements spécifiques pour le pressage des olives. Les nouvelles technologies sont indispensables pour contrôler et garantir les standards de production de l’huile d’olive extra vierge. Tout commence par la récolte des olives et leur lavage minutieux : c’est ici que nous éliminons feuilles, brindilles et impuretés, afin de ne travailler qu’avec des fruits sains. Vient ensuite la mouture à froid, étape où les olives sont broyées jusqu’à devenir une pâte molle. Suit la malaxation, un mélange lent et continu qui permet aux minuscules gouttes d’huile de se rassembler et de devenir plus faciles à séparer. Le cœur du processus est le pressage à froid : la pâte est soumise à une pression mécanique, sans ajout de chaleur, et la partie liquide, riche en huile, se sépare de la partie solide. Enfin, une dernière étape de filtration nous donne un produit clair, prêt à libérer à table toute sa valeur nutritionnelle et sensorielle. Fiscoli et pressoirs : outils traditionnels pour le pressage Pendant des siècles, le pressage à froid de l’huile a été confié à des outils simples mais ingénieux, qui racontent encore aujourd’hui la tradition paysanne. Parmi eux, il y a les fiscoli pour pressoir, disques fabriqués en fibres naturelles (aujourd’hui aussi synthétiques). Comment ça fonctionne ? La pâte d’olives est retenue dans les fiscoli, tandis que le liquide, riche en huile, s’écoule vers les récipients en dessous. Pourquoi est-ce utile ? Ils aident à séparer la partie solide de la partie liquide, permettant une extraction naturelle et respectueuse des propriétés des olives. Encore aujourd’hui, ceux qui produisent à petite échelle ou choisissent de conserver la méthode traditionnelle utilisent ces outils. Pour en savoir plus, vous trouverez ici une sélection de fiscoli pour huile, disponibles en différentes tailles. Ceux qui cherchent des informations pratiques, comme les prix des fiscoli pour moulin, peuvent s’orienter en évaluant les différents formats, afin de trouver la solution la plus adaptée à leurs besoins. Différence entre pressage à froid et à chaud Une des questions que l’on se pose souvent est la suivante : le pressage à chaud ou à froid est-il meilleur ? La réponse dépend de ce que l’on recherche dans l’huile. Le pressage à chaud utilise des températures plus élevées pendant la malaxation et les étapes suivantes : on obtient une plus grande quantité d’huile, car la chaleur facilite la séparation entre liquides et solides. Cependant, l’inconvénient est la qualité : une partie des arômes, des polyphénols et des substances nutritives est perdue. Le pressage à froid, en revanche, nous donne une huile riche en parfums, intense en goût et avec toutes les propriétés bénéfiques encore intactes. C’est pourquoi il est considéré comme le meilleur choix pour ceux qui privilégient la qualité. Pressage vs extraction à froid : les différences Le pressage à froid agit sur la pâte d’olives par pression : en comprimant la masse, l’huile se sépare naturellement des autres composants. L’extraction à froid, elle, utilise des installations modernes et des lamelles métalliques qui favorisent la séparation entre huile et eau. En fait, la première méthode nous ramène aux gestes de la tradition, avec des étapes plus lentes et manuelles. L’extraction à froid, elle, suit un processus plus rapide et linéaire, conçu pour des productions plus importantes. Pourquoi choisir l’huile obtenue à froid La raison est simple et la réponse se trouve dans le processus lui-même, véritable garantie de qualité. Cela signifie que pendant tout le processus de fabrication, la température n’a jamais dépassé 27 °C, préservant ainsi les arômes et les substances précieuses contenues dans les olives. Mais quels sont les avantages de l’huile pressée à froid ? Tout d’abord la richesse organoleptique : le parfum fruité, le goût prononcé avec des notes amères et piquantes, la couleur intense. Ensuite la partie nutritionnelle : polyphénols et vitamines. Enfin, la stabilité : une huile obtenue à froid, si elle est bien conservée, garde plus longtemps ses caractéristiques. Où acheter des outils pour le pressage à froid : la sélection de Vivi in Campagna Ceux qui choisissent de produire de l’huile de manière traditionnelle savent bien que les olives ne suffisent pas : il faut des outils adaptés à chaque étape du processus. Parmi eux, les plus caractéristiques sont les fiscoli, véritables alliés : résistants, lavables, réutilisables. Aujourd’hui, on peut trouver des fiscoli pour huile de différentes tailles, qui s’adaptent à chaque besoin. Pour obtenir une huile de haute qualité même avec le pressage traditionnel, il est essentiel de s’appuyer sur des équipements sûrs et efficaces. Sur Vivi in Campagna, vous trouverez une sélection de fiscoli pour pressoir et moulin, idéaux aussi bien pour le petit producteur que pour l’exploitation agricole qui souhaite maintenir vivant le lien avec la tradition.
Zangola : qu'est-ce que c'est et comment l'utiliser pour faire du beurre
Zangola : qu’est-ce que c’est et comment l’utiliser pour faire du beurre maison Jusqu’à il y a quelques décennies, elle était présente dans chaque maison de campagne. Aujourd’hui, elle revient sur le devant de la scène, surtout parmi ceux qui choisissent de redécouvrir la production domestique. La zangola est un outil pour faire du beurre de manière artisanale, et c’est précisément là que commence la zangolatura : un geste ancien et simple. Aujourd’hui, on trouve sur le marché des produits bien différents, entre zangolas manuelles et électriques, mais au final l’objectif de ces machines est de nous offrir un produit artisanal de très bonne qualité, fait maison. Voyons comment. Qu’est-ce que la zangola et comment fonctionne-t-elle Qu’est-ce qu’une zangola et à quoi sert-elle ? C’est un outil utilisé pour faire du beurre, conçu pour agiter la crème jusqu’à séparer la matière grasse du petit-lait. Le principe est toujours le même, même si les formes peuvent varier. En général, la zangola à beurre ancienne est un récipient cylindrique (ou tronconique) en bois. Aujourd’hui, elle est équipée d’un mécanisme manuel ou motorisé, selon le modèle. Le mouvement peut être rotatif ou à piston, mais le but ne change pas : travailler la crème jusqu’à obtenir une masse compacte de beurre et un liquide blanchâtre, le petit-lait, qui peut ensuite être réutilisé en cuisine. Et même s’il est vrai que la zangola a été pratiquement supplantée par la production industrielle de beurre, la zangolatura est encore aujourd’hui pratiquée dans les fermes, par ceux qui s’occupent du circuit court, par ceux qui veulent offrir le meilleur à leur clientèle. De plus : beaucoup s’intéressent à la production de beurre artisanal, comme nous le verrons plus loin. Aussi grâce à la facilité d’utilisation des nouveaux appareils. Comment fait-on du beurre avec la zangola ? Il suffit d’insérer de la crème fraîche et de lancer le mouvement. Après quelques minutes, les molécules de matière grasse se séparent et commencent à s’agréger : à partir de ce moment, la transformation commence. Combien de temps faut-il pour faire du beurre avec la zangola ? Cela dépend du type de zangola et de la température de la crème (généralement 12°C). Normalement, l’opération prend jusqu’à 50 minutes. Types de zangola : tradition et innovation Aujourd’hui, il existe différents modèles de zangola à beurre, mais tous s’inspirent de la même tradition. Les zangolas anciennes, fabriquées en bois, fonctionnaient à manivelle et avaient un charme particulier. Beaucoup de familles en possédaient une, souvent fabriquée à la main, avec un mécanisme simple mais ingénieux. Dans certaines zones rurales, elles sont encore utilisées. À côté de ces outils, il y a maintenant la version moderne : la machine à beurre. Elle a un design compact, et est parfaite pour ceux qui veulent faire du beurre maison sans effort. Quelle est la différence entre la zangola et la machine à beurre ? Pas seulement dans le fonctionnement, mais aussi dans la capacité et la praticité d’utilisation : on trouve en effet sur le marché des appareils modernes et sûrs à utiliser. Et sans difficulté particulière. Comment utiliser la machine pour faire du beurre maison Ceux qui veulent préparer du beurre artisanal à la maison peuvent le faire en quelques étapes, avec l’aide d’une machine à beurre. En Italie, on utilise la crème de lait frais, aussi appelée crème de lait, pour faire du beurre. Ce produit s’obtient par centrifugation ou par débourbage (ce dernier, par exemple, est aussi utilisé pour la préparation du parmesan, mais pas pour le beurre industriel). On recueille la crème de lait frais en la laissant reposer au réfrigérateur. On verse la crème dans la machine ou la zangola à beurre. On lance le cycle de zangolatura, manuel ou automatique. Une fois le beurre séparé du petit-lait, on filtre et on travaille le beurre jusqu’à obtenir la consistance désirée. Découvrez notre machine pour faire du beurre : c’est le choix idéal pour ceux qui souhaitent avoir un produit authentique, sans additifs ni conservateurs, prêt en peu de temps et avec un rendement maximal. Pourquoi choisir une zangola pour usage domestique Revenir à faire du beurre maison est une façon de retrouver des gestes oubliés, de choisir ce que l’on met sur la table et d’où cela vient. Utiliser une zangola ou une machine à beurre permet certainement de contrôler chaque étape de la préparation, en sélectionnant une crème fraîche de qualité, peut-être issue d’une filière courte. C’est aussi un moyen de réduire le gaspillage, de produire moins de plastique et de choisir un mode de consommation plus durable. Ceux qui aiment l’autoproduction le savent bien : il y a quelque chose de gratifiant à voir naître, entre ses mains, un aliment aussi simple que précieux. Et avec le bon outil pour faire du beurre, cela devient une expérience accessible à tous. Et puis il y a certainement une pointe de fierté à pouvoir dire qu’on se consacre à la production artisanale de beurre et à servir à ses invités ce que l’on a préparé de ses propres mains et avec beaucoup de dévouement, en choisissant des ingrédients de première qualité. Le beurre bon comme autrefois, à accompagner d’une tranche de pain tout juste grillée : quoi de mieux ? Découvrez la zangola parfaite pour faire du beurre maison sur Vivi in Campagna Produire du beurre artisanal de ses propres mains est une activité gratifiante, un geste qui parle de tradition, d’authenticité et d’attention à la qualité des ingrédients. Si vous souhaitez commencer, il est cependant important de vous équiper de l’outil adapté, comme nous l’avons vu. Sur Vivi in Campagna, une sélection d’équipements pour l’autoproduction est disponible, dont notre machine pour faire du beurre : compacte, intuitive, parfaite pour les familles ou peut-être les petits ateliers domestiques. Faire confiance à des outils bien conçus signifie redécouvrir les traditions paysannes de manière pratique et durable, et aujourd’hui c’est tout à fait possible. Visitez la boutique et commencez dès aujourd’hui votre production de beurre fait maison.
Comment distiller le gin
Comment distiller le gin à la maison : guide pratique pour débuter Pour les amateurs de gin et de produits faits maison, pouvoir le distiller soi-même signifie se lancer dans une activité créative et intéressante. Avant de comprendre comment distiller le gin à la maison, il faut d’abord se munir des outils adaptés, tels que des alambics de la bonne capacité, des thermomètres et, bien sûr, de l’alcool. La première étape, cependant, devrait consister à s’informer correctement auprès des autorités compétentes afin de vérifier la législation concernant l’auto-production. Si la distillation est à grande échelle, il faut en effet déclarer l’activité aux autorités compétentes. Équipement nécessaire pour distiller du gin à la maison Mais comment distiller le gin avec l’alambic ? Comme déjà mentionné, ce récipient fascinant aux nuances presque magiques doit être choisi avec une capacité ne dépassant pas 3 litres pour garantir un meilleur contrôle et donc un résultat adapté. L’alambic pour gin est souvent équipé de technologies très utiles et efficaces qui empêchent les épices utilisées de brûler par accident : celles-ci sont en effet maintenues bien à l’écart de la flamme et confèrent à la boisson une saveur délicate. L’alambic, cependant, bien qu’étant un outil fondamental, n’est pas le seul à faire partie du kit. Il sera indispensable de se munir de thermomètres capables de mesurer avec précision la température du distillat à chaque étape de la préparation. La grille en cuivre est un élément qui se place pour séparer la partie solide du liquide de distillation : chaque modèle d’alambic a sa propre grille adaptée à ses dimensions. La haute qualité des composants individuels influence positivement le résultat final. Ingrédients essentiels pour un gin artisanal Le premier ingrédient pour distiller du gin à la maison est donc l’alcool. Le pourcentage idéal d’alcool en volume est de 96 %, afin d’assurer la pureté du produit. Mais un bon gin fait maison nécessite aussi de l’eau à faible résidu, de préférence distillée. En équilibrant la quantité d’eau, on détermine le degré alcoolique. Les botaniques pour gin sont simplement les épices qui peuvent personnaliser l’arôme. Tout est une question de goût, mais le mélange d’épices pour un gin classique est principalement composé de genièvre, d’écorces d’orange ou d’agrumes et de coriandre. Le genièvre est une plante qui compte environ 70 variétés différentes, mais pour la production artisanale de gin, seules une dizaine sont utilisées. Les baies du Juniperus Communis constitueront au moins la moitié de la recette du gin maison, soit environ 30 g par litre : le degré de maturité est très important pour en obtenir l’extraction. Le linalol et le pinène apportent les arômes d’agrumes typiques de la coriandre, qui contrebalance la saveur plus prononcée du genièvre. Bien que les baies soient généralement utilisées, on emploie souvent aussi les feuilles. Pour environ 10 %, il faut ajouter les écorces séchées d’agrumes dans le mélange. Les oranges conviennent, mais aussi les pamplemousses ou citrons, selon les nuances que l’on souhaite donner au distillat. Pour personnaliser la saveur, mais aussi pour “stabiliser” mieux le mélange, il est possible d’ajouter des racines d’iris, aux notes florales, ainsi que de la réglisse, de la cardamome, des fleurs et d’autres épices. Étapes de la distillation Pour mieux comprendre comment distiller le gin à la maison, il faut connaître les différentes étapes, qui sont : La macération. La distillation. La collecte du cœur. Lors de la macération, les botaniques peuvent être traitées à froid ou à chaud dans l’alcool. Des températures plus basses et des temps d’extraction longs caractérisent un gin à l’arôme délicat, tandis qu’un goût prononcé s’obtient en augmentant les premières et en raccourcissant les secondes. Avec l’alambic pour gin on procède à la distillation à la vapeur. La distillation à froid extrait néanmoins la plupart des saveurs avec une pression moindre, tandis qu’avec celle à la vapeur, on peut distinguer une sorte de pyramide du distillat. Le premier liquide qui sort est appelé la tête, puis vient le cœur, à température plus élevée, et la queue qui est la partie finale. Pour obtenir un bon gin, il faut “couper” précisément les éléments de tête et de queue, afin d’extraire un “cœur” parfaitement équilibré en saveurs et en degré alcoolique. On peut dire que la meilleure production de gin fait maison se situe entre 80 et 90 degrés Celsius. Erreurs courantes et conseils pratiques Un des conseils sur comment distiller le gin à la maison est d’éviter de brûler les épices avec une flamme trop forte à la base. La qualité des matériaux et des ingrédients sera également d’une importance capitale, comme pour toutes les bonnes recettes qui se respectent. Utiliser un degré alcoolique trop bas peut être une erreur fatale qui conduit à la saponification : sur le plan organoleptique, cela se produit lorsque les acides gras sont très concentrés et que la température baisse trop rapidement avec l’ajout d’eau. Le résultat est un produit trouble et au goût peu agréable. Une production maison optimale de gin implique donc de suivre chaque étape de manière appropriée, sans rien négliger, des ingrédients à la coupe. Un alambic peut coûter entre 36 euros pour les petites capacités, jusqu’à un peu moins de 295 euros pour plusieurs litres. Découvrez les outils pour distiller le gin dans la boutique de Vivi in Campagna Trouver l’équipement adapté pour la distillation maison du gin n’est pas compliqué, surtout si l’on fait confiance à des boutiques en ligne fiables comme Vivi in Campagna, où rien ne manque pour créer son propre gin personnalisé. Tout d’abord, il y a une large sélection d’alambics de différentes capacités, en matériaux tels que l’acier et le cuivre, parfaits pour cette production. On trouve aussi des grilles et d’autres accessoires comme les serpentins ou les thermomètres de haute précision. On peut également acheter des bouteilles pour conserver le gin et des botaniques de toutes sortes, sans oublier les épices indispensables. Tous les produits sont conçus pour les passionnés, petits artisans et amateurs attentifs à la qualité. Consultez dès maintenant le catalogue complet dans la section dédiée à la distillation.
La cuisson parfaite des plaques en fer bleu : guide pratique
La cuisson parfaite des plaques en fer bleu : guide pratique Qu’est-ce qu’une plaque en fer bleu et pourquoi l’utiliser Le fer bleu est un matériau brut et non traité qui est commercialisé sans aucune finition, principalement pour cuire la pizza. La plaque en fer bleu ne libère pas de particules de nickel comme c’est le cas par exemple avec l’acier inoxydable, mais diffuse la chaleur du four avec la gradualité et la constance nécessaires pour obtenir un produit bien cuit et croustillant comme le veut la tradition. Il s’agit donc d’un outil indispensable pour tous les amateurs de pizza qui souhaitent obtenir un résultat enviable également avec d’autres produits de boulangerie, tels que le pain, les tartes rustiques ou les gâteaux. Son nom vient du reflet caractéristique de sa couleur bleuâtre typique. Avant de l’utiliser activement pour sortir d’excellentes pizzas du four, il faut cependant effectuer ce qu’on appelle la cuisson de la plaque en fer bleu, ce qui n’est pas aussi compliqué qu’on le pense. Mais cela nécessite des étapes bien précises. Pourquoi la cuisson initiale est importante En parlant de la “cuisson” de la plaque en fer bleu, on comprend tout de suite qu’il faut utiliser la chaleur, mais pas seulement. Ces plaques, en effet, sortent du cycle de production à l’état brut, comme déjà dit, mais pour éviter qu’elles ne s’oxydent, elles sont enduites d’huiles destinées à les protéger de la rouille et d’autres agressions extérieures. Cette couche d’huile doit être éliminée puis remplacée par un produit à base d’huile de tournesol, car le métal n’est pas du tout antiadhésif, bien au contraire. On peut y remédier en procédant à ce qu’on appelle la vitrification de l’huile, ce qui confère une couche antiadhésive naturelle qui durera dans le temps. Mais comment cuire une plaque bleue ? Comment faire la cuisson : procédure étape par étape Pour comprendre comment faire la cuisson des plaques en fer bleu, il faut donc commencer par un nettoyage initial des huiles utilisées industriellement, en utilisant du simple papier absorbant. Pendant ce temps, il faut préchauffer le four à au moins 250 degrés. Une fois éliminée une bonne partie de l’huile, la plaque doit être placée dans le four déjà chaud pendant environ une demi-heure, jusqu’à ce que la fumée disparaisse, puis on la laisse refroidir et on procède à un second passage avec du papier absorbant. La cuisson de la plaque en fer bleu doit ensuite continuer avec l’ajout d’huile à étaler sur toute la surface en partant du centre, sans toutefois laisser de flaques dans les coins. L’huile doit être appliquée aussi à l’extérieur, bords inclus. Commence alors la véritable saison de la plaque en fer bleu, en la remettant au four toujours pendant 25 minutes à 250 degrés. Attention, encore une fois, à la présence de fumée : lorsqu’elle ne sera plus visible, cela signifiera que l’excès d’huile est totalement brûlé et on pourra la sortir et la laisser refroidir. Il n’existe pas de four idéal pour la cuisson des plaques, tous conviennent tant que les temps et températures sont respectés. Le film antiadhésif sera maintenant bien visible, mais il faut préciser que l’huile pour la cuisson des plaques est toujours de l’huile de graines, jamais d’olive. Et comment entretenir les plaques en fer bleu ensuite ? Comment utiliser et nettoyer une plaque en fer bleu Il sera désormais possible de utiliser la plaque en fer bleu pour des pizzas et pâtes levées excellentes. Comme c’est naturel, cependant, après chaque utilisation, il sera indispensable de la nettoyer. Étant donné qu’il s’agit d’un matériau avec une sorte de film antiadhésif, il faudra en prendre soin pour ne jamais le gratter. Le nettoyage de la plaque en fer bleu consiste donc à éviter soigneusement les détergents trop agressifs et les éponges abrasives, en privilégiant au contraire le papier absorbant habituel et, au maximum, un ustensile en plastique pour les taches les plus tenaces. En alternative, pour les incrustations dues aux brûlures, on peut utiliser de l’eau très chaude pour ramollir les plus tenaces avant de les “attaquer” avec les outils déjà cités. Pour éviter les problèmes, il faudrait toutefois éviter le contact direct avec des ingrédients particulièrement acides comme la tomate. Étant donné que ces plaques sont surtout utilisées pour cuire la pizza, naturellement la tomate sera souvent utilisée comme condiment principal. Mais il suffira de faire un peu attention pour ne pas renoncer à cette base typique. Comment récupérer une plaque rouillée La rouille sur une plaque en fer bleu ne devrait pas se produire si l’opération initiale a été effectuée correctement. Surtout, la rouille s’évite en ne laissant pas la plaque exposée à une humidité constante, en la séchant bien après chaque lavage. En cas de malheur, cependant, il est bon de savoir que la cuisson éliminera la rouille avec la couche d’huile : il faut en effet utiliser du papier de verre, à frotter jusqu’à voir à nouveau la partie en fer. À ce stade, pour récupérer la plaque en fer bleu, il suffira de répéter la procédure de cuisson, après avoir bien essuyé la rouille résiduelle avec un chiffon propre. Où acheter des plaques en fer bleu et accessoires pour la cuisson Il est assez facile de trouver d’excellentes plaques et produits associés, grâce à des e-commerces comme Vivi in Campagna. On peut y acheter tout le nécessaire pour entretenir la plaque en fer bleu, ainsi que des accessoires indispensables. Parmi ceux-ci, des pelles à pizza, des thermomètres de four et des spatules pour obtenir des pizzas aussi bonnes qu’au restaurant, ainsi que toutes les recettes de four que vous souhaitez réaliser en suivant votre créativité et vos goûts en cuisine. La sélection complète se trouve dans la section “Fours et Accessoires" et la qualité de chaque produit est celle que nous voudrions tous dans nos maisons.
Comment mettre le vin en bouteille
Comment mettre le vin en bouteille Ceux qui sont passionnés de vin et en ont fait un commerce savent combien l’art de la vinification exige sacrifice, passion et dévouement à chaque étape. Après avoir pris soin du raisin, l’avoir récolté et fait fermenter de la manière recommandée, il est temps de donner vie à sa création : voici un guide pratique sur le mise en bouteille du vin. C’est une phase vraiment importante car c’est seulement en la réalisant parfaitement que l’on pourra conserver la boisson dans le temps en la rendant encore plus appréciable. Voyons dans notre guide tout ce qu’il faut savoir sur le sujet, des préparatifs aux techniques en tenant compte du calendrier de la mise en bouteille du vin et des équipements nécessaires. Que faire avant de mettre le vin en bouteille ? Il y a quelques étapes à suivre avant de procéder à la mise en bouteille du vin. Tout d’abord, il faut s’assurer que le produit est stable, propre et prêt à être transféré. Voici nos conseils : Contrôler la limpidité. La boisson doit être exempte de résidus et de sédiments ou, si nécessaire, on peut intervenir avec une filtration supplémentaire en utilisant des cartons filtrants spécifiques ; Vérifier l’acidité et le degré alcoolique. Une analyse approfondie et spécifique est nécessaire pour garantir que les paramètres sont corrects afin d’assurer une conservation longue ; Préparer les bouteilles et les bouchons. Les premières doivent être propres et stérilisées tandis que les bouchons en liège ou synthétiques doivent être de très bonne qualité ; Choisir le bon moment. La tradition exige de consulter le calendrier lunaire pour mettre en bouteille au moment le plus approprié. Comment laver les bouteilles avant de mettre le vin en bouteille La propreté et l’hygiène sont absolument fondamentales et c’est pourquoi parmi les activités à réaliser il y a le lavage des bouteilles. Cette étape préserve la santé des consommateurs, évitant l’altération de la boisson. On commence par rincer à l’eau chaude pour éliminer la poussière et les résidus. Ensuite, on nettoie et stérilise avant la mise en bouteille en utilisant une solution appropriée. Puis on rince à l’eau propre et enfin on laisse les contenants sécher avant de continuer. Quelle est la période idéale pour mettre le vin en bouteille ? Selon les traditions populaires et les croyances, la lune influence la qualité du produit, c’est pourquoi encore aujourd’hui on suit le calendrier pour réaliser cette opération délicate : Quand mettre le vin en bouteille pour le rendre pétillant. Dans ce cas, il est conseillé de suivre la période liée à la lune croissante, c’est-à-dire au premier quartier ; Quand mettre le vin rouge en bouteille. Pour ce qui est des mois, le calendrier suggère au printemps les vins pétillants et jeunes, tandis qu’en automne ceux destinés à mûrir et évoluer. Avec la pleine lune, on peut procéder avec n’importe quel type, y compris les rouges. Quand mettre le vin en dame-jeanne en bouteille. Selon la tradition, la période recommandée va de janvier à avril, en privilégiant les journées humides et sans vent en suivant le calendrier avec la lune « vieille ». Quand mettre le vin blanc en bouteille. Nous répétons ce qui a été dit pour les rouges : entre mars et mai est la meilleure période pour les plus jeunes, en essayant de choisir des journées ensoleillées et peu venteuses. Quand la lune est-elle favorable pour mettre le vin en bouteille ? Selon les traditions, les phases lunaires peuvent influencer la qualité du vin. C’est une croyance populaire que la lune croissante favorise la refermentation, devenant une option idéale pour ceux qui produisent des vins pétillants, tandis que la lune décroissante est indiquée pour les vins tranquilles, aidant la sédimentation et améliorant la stabilité dans le temps. C’est pourquoi beaucoup choisissent de suivre le calendrier lunaire pour la mise en bouteille ; ce ne sont pas seulement les vignerons historiques mais aussi de jeunes entrepreneurs qui embrassent la tradition et la perpétuent. Mais que se passe-t-il si l’on met en bouteille avec la mauvaise lune ? En réalité, rien de catastrophique ; la science explique qu’il n’y a pas de preuves effectives de processus chimiques directement influencés. Donc, c’est plutôt une question de tradition populaire qui, si elle n’est pas respectée pour des raisons majeures, n’affecte certainement pas le résultat final. De quoi a-t-on besoin pour mettre le vin en bouteille ? Comme mentionné, il est important de se procurer tout le nécessaire pour pouvoir mettre le vin en bouteille. Nous vous conseillons : Bouchons. À choisir en liège ou synthétiques, à condition qu’ils soient de bonne qualité selon le type de vin et les durées de conservation ; Cartons filtrants. À utiliser pour éliminer les impuretés avant la mise en bouteille ; Emballages pour le conditionnement. Idéaux pour garantir la sécurité des bouteilles lors du transport ; Remplisseuses. Facilitent le remplissage, que ce soit en version manuelle ou professionnelle ; Capsuleuses. Pour fermer et éviter une oxygénation supplémentaire de la boisson. Maintenant que vous connaissez tous les secrets de la mise en bouteille du vin, il ne vous reste plus qu’à mettre en pratique nos conseils. Avec les produits de Vivi in Campagna, le résultat sera professionnel et durable. Découvrez tout le catalogue.
Vinification : le guide complet
Vinification : le guide complet Qu’il s’agisse de passion ou de business, l’art vinicole comprend de nombreuses étapes qui permettent de produire certaines des étiquettes et spécialités les plus prestigieuses. On peut définir la vinification comme la transformation du raisin en vin, un processus historique et traditionnel qui évolue avec le temps en se perfectionnant. Connaître les phases et les techniques de production du vin est très important, non seulement pour les professionnels mais aussi pour les amateurs de vin. Nous souhaitons donc fournir un guide complet pour découvrir ce qu’est la vinification, ses phases, les principales techniques et toutes les étapes pour réaliser un vin de qualité. Si vous voulez découvrir en détail comment naît un vin, lisez notre article dédié : Comment faire du vin. Qu’est-ce que la vinification Comme mentionné, le processus de vinification est celui qui conduit à la transformation du moût de raisin en boisson à travers une série d’opérations œnologiques ; pour agir, on travaille avec des levures pour vinification qui transforment les sucres en alcool et dioxyde de carbone par fermentation. On peut ensuite la diviser selon le type de production : Vinification en blanc : utilisée pour les vins blancs, elle prévoit la séparation des peaux du moût avant la fermentation ; Vinification en rouge : utilisée pour les vins rouges, elle se fait par fermentation du moût en contact avec les peaux pour extraire la couleur et les tanins ; Vinification rosé : un processus intermédiaire entre blanc et rouge, avec une macération courte des peaux ; Vinification passito : technique utilisée pour les vins doux, qui nécessite un passerillage des raisins avant la vinification ; Vinification naturelle : approche qui limite l’usage d’additifs et vise des interventions minimales en cave. Évidemment, chaque type nécessite ses outils pour œnologie et il faut choisir le bon raisin pour respecter les réglementations de production pour chaque variété. Quelles sont les phases de la vinification Entrons maintenant dans le vif du sujet, les différentes phases de la vinification pour produire la boisson la plus appréciée au monde. Tout d’abord, il faut récolter le raisin et avec l’aide d’un kit vendange on procède à la foulage en utilisant le pressoir pour vinification avec lequel les fruits sont pressés pour obtenir le moût. On parle ensuite de égrappage, c’est-à-dire la séparation des rafles des baies pour éviter les notes herbacées. Il y a ensuite une phase de fermentation alcoolique avec le soutien des levures pour vinification qui transforment les sucres en alcool, puis la macération, particulièrement importante pour la vinification en rouge mais pas seulement. Ensuite, l’acide malique se transforme pour donner un goût moins acide et plus doux à la boisson. On procède ensuite à l’affinage en cuves d’acier, béton ou fûts en bois puis à la filtration et à la mise en bouteille. Comment vinifie-t-on le vin Comme vous l’aurez compris, la vinification est un véritable art qui doit être réalisé avec soin pour que les processus chimiques se déroulent au mieux. Après avoir sélectionné les raisins, pour obtenir un résultat de qualité, ils sont foulés et égrappés afin d’acquérir le moût et de le transférer dans une cuve pour vinification. La fermentation est une étape incontournable : ici, les levures – naturelles ou sélectionnées – transforment les sucres en alcool, un passage qui doit se faire sous un contrôle attentif de la température pour garantir une fermentation régulière et sans problème. Ce n’est qu’à la deuxième étape que l’on procède à la pressurage, en adaptant la technique selon la production : la différence de vinification entre blanc et rouge se voit déjà à ces étapes et pas seulement dans le choix du type de raisin de départ. Le vin ainsi obtenu passe ensuite à la phase d’affinage, où il mûrit dans des contenants appropriés, développant complexité aromatique et caractère. Il ne faut pas oublier l’utilisation d’outils tels que les filtres à plaques ou filtres à sacs pour rendre le vin apte à la mise en bouteille : avec l’emploi des bons accessoires pour vinification, le résultat est parfait. Il faut cependant considérer que, d’année en année, la production change selon les conditions météorologiques et donc le produit artisanal aura des caractéristiques organoleptiques variables. Quelles sont les principales techniques de vinification Il existe différentes techniques de vinification, chacune avec ses propres caractéristiques. Parmi les plus courantes et répandues, il y a la criomaceration qui maintient le moût à basse température pour extraire ensuite les arômes primaires et la fraîcheur. La macération carbonique, quant à elle, est recommandée pour la production de vins jeunes et fruités. Ici, la fermentation des baies entières se fait dans un environnement saturé en dioxyde de carbone. Également utilisée, la technique du sur lies qui prévoit le contact du vin avec les lies pour obtenir une structure plus importante et une meilleure complexité du produit final. Elle est née en France, plus précisément en Bourgogne, mais est désormais une technique employée dans le monde entier. La dernière option est le bâtonnage qui implique le remuage pendant l’affinage pour enrichir la boisson en lui donnant du corps et une profondeur aromatique. Le processus avec toutes les phases de vinification et les outils utiles pour produire des étiquettes de qualité est maintenant plus clair. Vous voulez approfondir davantage ? Découvrez toutes les étapes détaillées sur comment faire du vin. Découvrez les accessoires pour le vin de Vivi In Campagna La vinification est un art qui combine tradition et innovation, permettant d’obtenir des vins de qualité avec des caractéristiques uniques. Du choix du raisin jusqu’à la mise en bouteille, chaque étape est fondamentale pour sublimer arômes et saveurs. Si vous souhaitez commencer à produire votre propre vin ou améliorer votre technique, découvrez notre sélection d’équipements pour vinification : pressoirs, filtres, fermenteurs et bien plus encore. Achetez maintenant les outils adaptés pour obtenir un vin parfait !
Comment faire de la bière artisanale à la maison
Comment faire de la bière artisanale Glacée en été, idéale pour l’apéritif, pour accompagner un barbecue ou une pizza : la bière est une boisson alcoolisée qui rassemble tout le monde. Blonde, brune ou rousse, le choix est vaste mais la préférée est sans aucun doute la bière artisanale. Comment la préparer ? Pour faire de la bière artisanale à la maison, il faut suivre quelques étapes, se procurer le kit avec tout le nécessaire et connaître les bonnes doses des ingrédients, mais ce n’est pas si compliqué : quelques précautions suffisent pour commencer à déguster une boisson faite main. Avec nos conseils, vous découvrirez tout ce qu’il faut acheter, les étapes à suivre et la meilleure solution entre un kit complet de base et un équipement professionnel. Ce qu’il faut pour faire de la bière à la maison Ceux qui souhaitent produire de la bière artisanale à la maison doivent avant tout disposer de l’équipement pour bière artisanale. Un élément indispensable est un fermenteur : il s’agit d’un récipient hermétique équipé d’un barboteur, utile pour surveiller la fermentation. Dans notre catalogue de fermenteurs, vous en trouverez de différents types et capacités pour répondre aux besoins. Il faudra ensuite un ensemble de base pour bière artisanale composé d’une casserole pour le brassage, un échangeur thermique pour refroidir le moût, un densimètre pour mesurer la densité et un siphon pour transvaser le liquide en évitant les contaminations. Les débutants devraient préférer un kit pour bière artisanale car il contient tout ce qui est nécessaire pour le processus, tandis que les professionnels ont à disposition des solutions haut de gamme. Rappelons que parmi toutes les étapes, la propreté est fondamentale : chaque outil doit être soigneusement désinfecté pour éviter que les bactéries ne contaminent la boisson. Combien coûte la production de bière artisanale ? Le coût pour faire de la bière artisanale varie selon la matière première, la quantité et l’équipement. Un kit pour bière artisanale pour débutants coûte entre 50 et 150 euros, un équipement professionnel peut dépasser 500 euros. En ajoutant les coûts des matières premières telles que le malt, le houblon et la levure, le coût par litre de bière faite maison se situe entre 1 et 2 euros. Après l’investissement initial, le gain économique semble donc très intéressant. Évidemment, pour pouvoir la vendre, il faut ensuite passer les contrôles HACCP et autres vérifications liées à l’étiquetage. Comment réaliser la bière : les ingrédients nécessaires Chaque bière artisanale naît du mélange d’ingrédients de qualité, parmi les indispensables on trouve : Orge. On utilise généralement la variété d’orge distique, idéale pour garantir une bonne conversion des sucres. Elle peut être claire, caramélisée ou torréfiée selon le style désiré ; Malt. La quantité dépend du degré d’alcool et du style de la boisson souhaitée. En général, pour une version classique, il faut 4-5 kg de malt pour produire environ 20 litres ; Houblon. C’est le secret de l’arôme et il ajoute une touche d’amertume. En général, on utilise entre 2 et 5 grammes par litre ; Sucre. Lors de la phase de carbonatation et donc de pétillance, environ 100-150 grammes de sucre sont utilisés pour l’embouteillage de 20 litres. Que faut-il pour produire et vendre de la bière ? Si la bière artisanale ne doit pas rester un simple hobby mais devenir une activité commerciale, il est important de suivre les procédures indiquées sur les sites officiels liées à la vente et à la distribution de boissons, à commencer par l’autorisation sanitaire et l’enregistrement auprès des organismes compétents. Le laboratoire devra respecter des normes d’hygiène strictes et disposer d’un équipement adapté à la production ; l’étiquetage est également réglementé et doit indiquer des informations telles que la dénomination du produit, le degré d’alcool, la quantité nette et les ingrédients. Des contrôles supplémentaires sont effectués pour les mentions sans gluten destinées aux personnes cœliaques. Peut-on faire de la bière maison sans kit ? Si les débutants apprécient la vente de kits pour faire de la bière à la maison, il est possible de produire de la bière artisanale même sans kit. Il faut connaître le processus et parfois faire un investissement un peu plus important en matériel, mais quelques précautions lors des phases de production suffisent pour obtenir une boisson au goût unique. Produire de la bière artisanale à la maison est un parcours intéressant pour les amateurs de cette boisson et les entrepreneurs en herbe : il faut connaître en détail chaque étape et les bons ingrédients, mais en quelques étapes, on peut obtenir une préparation savoureuse à base de houblon et de malt.
Comment conserver le champagne
Comment conserver le champagne Les amateurs de vin, mais pas seulement, connaissent le prestige du Champagne : la proposition de bulles la plus exclusive et appréciée au monde est désormais souvent disponible dans des caves accessibles et donc largement consommée à la maison. Il est cependant essentiel d’en prendre soin et c’est pourquoi nous voulons expliquer comment conserver le champagne afin de garantir que sa finesse soit préservée en attendant la dégustation. Voyons comment le conserver au mieux, à court comme à long terme, pour profiter pleinement de ce produit précieux. Comment conserver vins et Champagne : conseils Pour ceux qui souhaitent conserver vins et champagne longtemps, la meilleure option à envisager est l’achat de cave à vin pour le stockage des bouteilles. Température idéale pour conserver le Champagne Pour maintenir intacte la qualité du vin, la température de conservation doit être constante, autour de 10-12°C. Il est important d’éviter les variations brusques qui peuvent compromettre les propriétés organoleptiques du champagne. Des températures trop élevées accélèrent le vieillissement du vin, tandis que des températures trop basses risquent de faire perdre l’effervescence, car le dioxyde de carbone a tendance à se dissoudre plus rapidement. Attention ensuite au service : il ne faut jamais descendre en dessous de 4-5°C, car cela pourrait altérer la structure des bulles, ni dépasser 15°C, car cela pourrait entraîner une fermentation indésirable qui affecterait négativement le goût. La lumière, ennemie du Champagne Le champagne est très sensible à la lumière, en particulier à la lumière solaire et aux rayons UV. Pour cette raison, il est conseillé de conserver les bouteilles à l’abri de la lumière directe, de préférence dans une cave sombre ou dans un endroit où la lumière naturelle est réduite au minimum. De nombreuses maisons de production utilisent des bouteilles en verre foncé pour protéger le contenu, mais malgré cette précaution, il est toujours préférable de le placer dans un environnement bien protégé. Conservation à long terme : ce qu’il faut savoir Il faut souligner que, contrairement à certains vins rouges, le Champagne n’est pas toujours destiné à un vieillissement prolongé. Pour comprendre la durée de conservation, il faut faire une distinction entre millésimés et non millésimés. Les non millésimés sont peut-être les plus vendus, mais il faut savoir qu’en plus d’être les plus répandus et compétitifs en prix, ils sont issus d’un assemblage et ne sont pas conçus pour durer longtemps en conservation. Ou plutôt, le vieillissement ne les améliore pas. Les champagnes millésimés, en revanche, bénéficient d’un vieillissement entre 10 et 15 ans, à condition d’être conservés dans les meilleures conditions. Grâce à ce soin, ils sont capables d’évoluer, développant des arômes plus complexes et profonds. Les experts recommandent de consommer les plus courants dans les 3-5 ans suivant l’achat, allant jusqu’à environ 10-15 ans pour les plus recherchés, tout en prenant soin de demander des informations à la maison de production. Avant de décider de conserver une bouteille longtemps, il est bon de considérer s’il s’agit d’un produit qui peut effectivement s’améliorer avec le vieillissement. Dans quelle position conserver le Champagne ? Si vous vous demandez quelle est la meilleure position pour conserver le Champagne, sachez que coucher les bouteilles à l’horizontale est le conseil des experts. De cette façon, en effet, on parvient à garder le bouchon humide, évitant qu’il ne sèche et garantissant ainsi une meilleure étanchéité. Un conseil supplémentaire est de faire attention aux variations de température qui doivent absolument être évitées : en plus des caves à vin, on peut choisir un endroit frais qui maintient une température constante toute l’année, surtout sans lumière directe du soleil. Combien de temps dure une bouteille de Champagne fermée ? Si une fois ouverte, la bouteille de Champagne ne dure pas plus de 48 heures et seulement si elle est correctement scellée pour conserver l’âme pétillante des bulles, une bouteille fermée a une durée de vie très longue. Celles de collection ou pour occasions spéciales peuvent être conservées de 7 à 10 ans, mais il n’est pas rare qu’elles soient gardées beaucoup plus longtemps, à condition de bien contrôler la température, d’éviter la lumière directe et de maintenir le bouchon suffisamment humide. Quand mettre le Champagne au réfrigérateur ? Ceux qui n’ont pas de cave à vin pouvant conserver le champagne à la bonne température de service peuvent se rabattre sur le réfrigérateur. Dans ce cas, la meilleure option pour le servir est de le mettre à refroidir au moins 2 heures avant de le consommer ; attention cependant à ce que les températures ne soient pas trop basses, au risque de compromettre les caractéristiques organoleptiques d’un produit exclusif comme le Champagne. Découvrez les caves à vin idéales pour conserver le Champagne Maintenant que vous connaissez tous les secrets pour conserver au mieux le Champagne, il est temps de penser à un moyen fiable pour stocker vos bouteilles. Les caves à vin pour le stockage des bouteilles de Vivi in Campagna sont la solution parfaite pour maintenir le Champagne et d’autres vins dans des conditions idéales. Grâce à la possibilité de régler la température avec précision, vous pouvez créer un environnement adapté à chaque type de vin, garantissant qu’ils soient toujours prêts à être servis au mieux. Visitez notre site et découvrez la gamme de caves disponibles : le choix parfait pour protéger vos bouteilles, prolonger leur vie et vous assurer de profiter de chaque gorgée au maximum de son potentiel. Choisissez une cave Vivi in Campagna et transformez votre collection de vins en une expérience de dégustation de très haut niveau !