Discover the new stainless steel tank configurator
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Come fare la passata di pomodoro
C'è un momento preciso, verso la fine di agosto, in cui l'aria si riempie di un profumo di casa. È il segnale che nelle cucine italiane, dalle Alpi alla Sicilia, è ricominciato il rito. Imparare come fare la passata di pomodoro significa custodire un pezzo di storia familiare, un’eredità che si tramanda tra scottature sulle dita e bottiglie allineate in cantina come soldatini di vetro. Ma per ottenere un risultato che superi di gran lunga quello industriale, non basta la nostalgia: servono tecnica, pazienza e gli strumenti giusti.
Come fare la passata di pomodoro passo dopo passo
Tutto comincia dalla terra. Se volete una passata che sappia davvero di sole, la selezione del pomodoro è il primo, invalicabile step. Il San Marzano è il re indiscusso per la sua polpa soda e i pochi semi, ma anche il fiaschetto o il perino danno soddisfazioni enormi. I pomodori devono essere integri, di un rosso profondo, senza macchie sospette o ammaccature che potrebbero compromettere la conservazione.
Una volta portate a casa le cassette, si passa al lavaggio. Non è un passaggio da sottovalutare: i frutti vanno immersi in acqua fresca per eliminare residui di terra e polvere, cambiandola finché non risulta limpida. Dopo averli asciugati sommariamente, si procede al taglio. Qui la scuola si divide: c’è chi incide solo la pelle e chi li taglia a metà per eliminare l’eccesso di acqua di vegetazione e i semi più grossi.
La prima cottura avviene in grandi pentole. I pomodori devono "appassire", rilasciare la loro anima liquida e diventare morbidi. Non serve aggiungere acqua, anzi: è il calore che deve fare il lavoro sporco. Una volta che la massa è cedevole, entra in gioco lo scolapomodoro (o il passatutto elettrico per chi ha grandi quantità). Questo strumento separa la polpa vellutata dalle bucce e dai semi. Il segreto dei vecchi? Ripassare le bucce una seconda volta per estrarre fino all'ultima goccia di sapore.
Quanto deve cuocere la passata di pomodoro
Il dubbio amletico di ogni principiante è sempre lo stesso: quanto deve cuocere la passata di pomodoro? La risposta breve è: finché non raggiunge la consistenza desiderata.
Se cercate una salsa fluida, ideale per cotture lunghe come i ragù, bastano 15-20 minuti dopo il passaggio nel passapomodoro.
Se invece puntate a una passata densa, capace di "aggrapparsi" alla pasta, i tempi si allungano e la fiamma deve essere dolcissima.
La passata deve sobbollire, non saltare fuori dalla pentola. Un trucco visivo? Quando la schiuma superficiale scompare e la salsa assume un colore rosso più scuro e opaco, ci siamo. Ricordate però che una cottura eccessiva può scurire troppo il prodotto, facendogli perdere freschezza.
Quanto deve bollire la passata di pomodoro in bottiglia
Una volta imbottigliata la salsa (rigorosamente in contenitori sterilizzati e con tappi nuovi), bisogna affrontare la fase della pastorizzazione. Ma quanto deve bollire la passata di pomodoro in bottiglia per essere sicuri che non si rovini?
La regola aurea parla di 30-40 minuti dal momento in cui l'acqua del calderone raggiunge il bollore pieno. Le bottiglie devono essere avvolte in canovacci di stoffa per evitare che si rompano urtandosi. L'acqua deve superare il livello dei tappi di almeno 4-5 centimetri.
Una volta spento il fuoco, le bottiglie vanno lasciate raffreddare nella stessa acqua. Questo lento calo della temperatura garantisce la formazione del sottovuoto. Sentirete quel "clack" secco del tappo che si abbassa: è il suono della vittoria contro i batteri.
Come cucinare la passata di pomodoro
Una volta che avete la vostra dispensa piena, il divertimento si sposta ai fornelli. La passata fatta in casa essendo un prodotto già parzialmente cotto e molto concentrato, richiede tempi di preparazione più brevi in cucina.
Il sugo veloce: un soffritto di aglio o scalogno, un giro d'olio extravergine di oliva e la vostra passata. Dieci minuti e avrete un condimento che profuma d'estate.
La pizza: qui serve la passata "cruda" o pochissimo cotta, condita solo con sale e origano, per evitare che in forno diventi troppo asciutta.
Secondi piatti: provate a usarla per delle polpette al sugo o per un pollo alla cacciatora. La densità della passata artigianale avvolge la carne in modo unico.
Come togliere l’acidità dalla passata di pomodoro
Esistono diversi metodi su come togliere l'acidità dalla passata di pomodoro senza snaturarne il profilo organolettico.
Il rimedio più classico è lo zucchero: ne basta la punta di un cucchiaino per bilanciare il pH. Ma se volete essere più naturali, la tradizione contadina suggerisce l'uso della carota. Inserire una carota intera o grattugiata durante la cottura finale della salsa permette di assorbire l'acidità rilasciando una dolcezza delicata.
Gli strumenti indispensabili per fare la passata di pomodoro
Per trasformare quintali di pomodori in litri di vellutata delizia, l'attrezzatura fa la differenza. Vi servono:
Scolapomodoro e passapomodoro: manuali per i puristi, elettrici per le grandi quantità;
Bottiglie in vetro: resistenti agli sbalzi termici;
Tappi nuovi: mai riutilizzare quelli dell'anno precedente per evitare rischi di muffe o cattiva tenuta del sottovuoto;
Pentole capienti: preferibilmente in alluminio.
Le pentole in alluminio per la salsa
Perché tutti i grandi esperti di conserve usano l'alluminio? La risposta sta nella conducibilità termica. La passata di pomodoro tende ad attaccarsi sul fondo se il calore non è distribuito alla perfezione. Le pentole in alluminio garantiscono che ogni centimetro della superficie scaldi allo stesso modo, evitando quei punti caldi che bruciano la salsa dando un retrogusto di fumo.
Vuoi un risultato professionale e una cottura impeccabile? , progettate specificamente per chi non accetta compromessi sulla densità della propria passata.
Lo scolapomodoro: alleato indispensabile
Senza uno scolapomodoro degno di questo nome, vi ritrovereste con una salsa piena di semi e bucce fastidiose. Questo strumento ha un compito nobile: filtrare l'essenza del pomodoro, eliminando gli scarti in modo efficiente. Uno strumento di qualità lavora senza surriscaldare la polpa, mantenendo intatte le proprietà organolettiche e quel colore rosso vibrante.
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Distillazione con alambicco: come funziona?
La distillazione è una vera e propria arte e presenta origini antichissime: se ne trovano tracce tra i Greci e i Romani, anche se i più profondi conoscitori furono gli Arabi, che la introdussero presso i popoli del Mediterraneo. Allo stesso tempo, è una scienza, complice la codificazione esatta di ogni fase, che necessita di profonda dedizione e passione.
Al centro di questo processo c’è uno strumento in particolare, ovvero l’alambicco. Perfezionato nei secoli, permette di separare e concentrare gli aromi attraverso il calore, regalando grappe, liquori e oli essenziali di qualità superiore.
Il rame rappresenta da sempre il materiale d’elezione per la costruzione degli alambicchi: resistente e gradevole alla vista, si rivela il conduttore perfetto del calore, in grado di purificare il distillato eliminando le impurità.
Oggi analizziamo come funziona un alambicco, perché il rame fa la differenza e il modo di utilizzarlo al meglio per ottenere risultati eccellenti.
Alambicco: significato e origini
Ma cos’è un alambicco? Il significato del termine di origine araba “al-ambiq” è “distillare”. La parola è presente anche in greco, ovvero “ambix”, che significa “tazza”.
La radice etimologica del termine conferma le radici antiche dello strumento e della stessa distillazione, che vanta una storia ultramillenaria.
L’alambicco è stato introdotto e perfezionato dagli Arabi, per poi venire adottato da monaci e alchimisti per la produzione di oli essenziali, rimedi medicinali e distillati alcolici. Per secoli è stato lo strumento principe per ottenere ingredienti di qualità. E lo è ancora oggi.
Come funziona un alambicco
Vediamo ora come funziona un alambicco. Alla base c’è un principio tanto semplice quanto efficace: si agisce sulla differenza tra i punti di ebollizione dell’alcol e dell’acqua per separare le sostanze. Ecco i passaggi chiave di natura generale:
la materia prima viene inserita nella caldaia (o cucurbita) e riscaldata fino all’ebollizione;
la caldaia è chiusa da un tappo detto anche capitello;
i vapori dell’alcol, che si formano a temperature più basse rispetto all’acqua, passano all’interno di un tubo detto “collo di cigno” oppure collettore;
da qui vengono convogliati nella serpentina di raffreddamento (o refrigerante). Immersa in acqua fredda, la serpentina condensa i vapori riportandoli allo stato liquido;
si può dunque procedere alla raccolta del distillato purificato.
Perché scegliere un alambicco in rame
Gli alambicchi in rame sono considerati i più pregiati grazie alle proprietà organolettiche ottimali che migliorano significativamente la qualità del distillato. Sono reputati superiori rispetto a quelli in acciaio.
Resistente alle alte temperature e alla corrosione, il rame ha la capacità di distribuire il calore in modo uniforme, evitando bruciature e garantendo un’ebollizione omogenea. Inoltre, si lega chimicamente ai composti solforati presenti nelle materie prime, eliminando odori sgradevoli e impurità che rovinerebbero il prodotto finale. Funge quindi da “regolatore dello zolfo”.
Tipologie di alambicchi in rame disponibili
Esistono diverse tipologie di alambicchi in rame, i quali si distinguono per capacità, forma e sistema di raffreddamento. I modelli più diffusi sono quelli a serpentina, di cui abbiamo descritto il meccanismo qui sopra.
Esistono pertanto versioni a fuoco diretto, con la caldaia esposta al fuoco e il riscaldamento viene effettuato direttamente, come suggerisce il termine. Ci sono poi i modelli a bagnomaria: dotati di due caldaie, una inserita nell’altra, hanno un riscaldamento del liquido più delicato e graduale.
Infine, gli alambicchi a vapore sono i più moderni. Risalgono all’Ottocento e funzionano, come sottintende il nome, a vapore.
Non c’è un modello di per sé migliore dell’altro: a fare da spartiacque è infatti la stessa presenza del rame. La scelta dipende dall’uso previsto e dalle quantità da produrre.
Alambicchi piccoli: ideali per uso domestico
Gli alambicchi con capienza tra 0,5 e 2 litri sono l’ideale per chi desidera approcciarsi in casa alla distillazione. Permettono di produrre piccole quantità di grappe, liquori e oli essenziali. Risultano compatti, poco ingombranti e di semplice gestione.
Alambicchi grandi: per produzioni più abbondanti
Per le produzioni artigianali e semi-professionali sono necessari alambicchi di dimensioni maggiori. Per un uso casalingo possono andare bene i modelli da 5 litri; a livello industriale vengono impiegati alambicchi che contengono da 80 a oltre 500 litri.
Permettono di distillare quantità maggiori mantenendo tutte le caratteristiche qualitative del rame.
Come avviene la distillazione con un alambicco in rame
Entriamo ora più nel dettaglio su come funziona un alambicco in rame e come avviene questa particolare distillazione. Il processo pratico richiede attenzione e precisione in ogni fase:
preparazione: si carica la caldaia con la materia prima senza riempirla completamente;
riscaldamento: si porta il liquido gradualmente a ebollizione, controllando costantemente la temperatura per evitare possibili bruciature;
taglio del distillato: i primi vapori (detti anche “teste”) vanno scartati perché contengono delle impurità; si raccoglie solo il “cuore”, la parte pregiata ricca di aromi; le “code” finali, meno pregiate, si eliminano o distillano nuovamente;
pulizia dell’alambicco: dopo ogni utilizzo il dispositivo va pulito accuratamente. Questo step è essenziale per mantenerlo efficiente nel tempo.
Consigli pratici per un buon risultato
Dotarsi di un alambicco di rame di qualità è indispensabile per risultati degni di nota. Questo a patto di partire da materie prime fresche e ben conservate, gestendo con attenzione le temperature.
Meglio evitare di aumentare troppo velocemente le temperature, così da essere certi di non bruciare il contenuto e rovinare gli aromi. Inoltre, è buona prassi controllare che le giunture siano ben sigillate: permette di prevenire le dispersioni di vapore.
Infine, è indispensabile pulire l’alambicco dopo ogni utilizzo e asciugarlo completamente prima di riporlo in un luogo asciutto e ventilato: il rame non ama i luoghi umidi e necessita, per evitare ossidazioni, di un ambiente areato.
A parità di procedimento, il rame fa la differenza sulla qualità del distillato, risultando versatile e pregevole per gli alambicchi: una vera sicurezza tanto per gli appassionati quanto per gli addetti ai lavori.
Vuoi un alambicco in rame tradizionale per le tue distillazioni?
Cottura forno a legna: tecniche per cuocere pane e molto altro
Scopri cosa cucinare nel forno a legna e come cuocere pane e pizza con le teglie in lamiera blu di ferro per risultati perfetti. Entra nel sito.
La cottura nel forno a legna è una metodologia antica e affascinante. Allo stesso tempo, è performante per ottenere alimenti con qualità sensoriali elevate e una struttura organolettica superiore. La combinazione tra calore radiante, massiccia inerzia termica e microclima interno permette di cuocere con risultati difficilmente replicabili attraverso strumenti moderni. Facciamo chiarezza.
Cosa cucinare nel forno a legna
Nel definire cosa cucinare nel forno a legna si entra in un vero e proprio universo di possibilità tecniche. Questo strumento, grazie alla sua struttura e alla dinamica termica interna, è in grado di lavorare alimenti con esigenze molto differenti. Il pane, ad esempio, sfrutta al meglio il calore radiante che investe la volta e che, unito all’umidità residua della camera di cottura, favorisce lo sviluppo della mollica e la formazione di una crosta resistente e croccante.
La pizza, al contrario, richiede temperature elevate, spesso superiori ai 400 °C, che permettono una cottura estremamente rapida e assicurano al cornicione una crescita omogenea, un fondo ben cotto e una struttura leggera e scioglievole.
Le carni trovano nel forno a legna un alleato ideale, poiché la combinazione di calore indiretto e lieve affumicatura naturale consente di ottenere dorature regolari e un mantenimento ottimale dei succhi interni.
Le verdure, esposte a un processo di caramellizzazione uniforme, acquisiscono aromi più complessi e conservano una consistenza equilibrata grazie all’assenza di shock termici improvvisi. E i dolci? Gli esperti sanno che beneficiano della graduale diminuzione della temperatura del forno, evitando collassi strutturali e garantendo uno sviluppo armonioso.
Come cuocere il pane nel forno a legna
La preparazione inizia con l’accensione della legna, preferibilmente essenze dure ben stagionate che garantiscono una combustione stabile e prolungata. La fiamma deve riscaldare in modo omogeneo la volta e il piano refrattario, fino a quando la fuliggine non inizia a sbiancare: questo segnale visivo indica che il forno ha raggiunto una temperatura consistente e che il calore è penetrato in profondità nella struttura.
Il pane necessita generalmente di un ambiente compreso tra 220 e 260 °C. Il livello è indicativo, in quanto un eccesso termico potrebbe bruciare il prodotto mentre una temperatura bassa comprometterebbe la spinta iniziale (con la formazione di un una mollica compatta e non sviluppata).
I tempi di cottura variano in base alla pezzatura, ma durante l’intera fase è fondamentale non aprire inutilmente lo sportello del forno, poiché ogni apertura fa calare sensibilmente la temperatura e altera il processo. Prima di infornare, si consiglia di lasciare stabilizzare il forno a seguito della rimozione della brace, consentendo al calore di distribuirsi uniformemente.
Oltremodo l’incisione dell’impasto gioca un ruolo tecnico rilevante: tagli netti e precisi guidano l’espansione della crosta e impediscono aperture irregolari.
La pizza nel forno a legna: tradizione e tecniche
La pizza cotta nel forno a legna è iconica nonché simbolo in tutto il mondo. Un buon prodotto finale si ottiene preriscaldando il forno, alimentandolo con una fiamma viva e costante per non meno di 60 minuti, al fine che il calore venga sapientemente accumulato.
Una volta raggiunta la temperatura di esercizio, la fiamma viene spostata lateralmente, o posteriormente, per creare un flusso termico continuo che investa la pizza in modo armonioso.
La cottura diretta sul piano refrattario richiede rapidità, precisione e una rotazione costante dell’impasto. La pizza, infatti, cuoce in sessanta o novanta secondi e ognuno di questi influisce sulla formazione del cornicione, sulla caramellizzazione degli zuccheri e sulla struttura interna.
Teglie in lamiera blu di ferro: perché usarle per la pizza
La è uno degli strumenti più apprezzati nel settore della panificazione e della pizzeria professionale, grazie alle sue caratteristiche termiche e meccaniche. Questo materiale assorbe calore in modo rapido e lo restituisce con costanza, garantendo una diffusione omogenea sulla superficie della teglia. Tale uniformità si traduce in una cottura precisa del fondo della pizza, che risulta croccante e ben asciutto.
La lamiera blu di ferro è oltremodo in grado di resistere senza deformarsi anche a temperature molto elevate, tipiche del forno a legna. Questa stabilità rende la teglia un supporto affidabile e costante, determinante quando si lavora con impasti morbidi e ad alta idratazione che richiedono una trasmissione del calore equilibrata. Il risultato finale è una pizza che combina un fondo ben cotto, una superficie perfettamente colorata e una bontà unica nel suo genere.
Tecniche di cottura con il forno a legna
Si possono applicare alcune tecniche di cottura con il forno a legna, ciascuna delle quali richiede una gestione attenta del calore e della disposizione degli alimenti. La cottura diretta sul piano è quella che sfrutta maggiormente la conduzione termica del refrattario ed è ideale per impasti e alimenti che necessitano di una reazione rapida, come pizza e focacce.
La cottura in teglia, al contrario, introduce un elemento intermedio che smorza la potenza del calore diretto e permette una gestione più controllata, rendendola adatta a verdure, dolci, carni e pizze in teglia.
La gestione della brace è un tecnicismo da non sottovalutare: posizionarla lateralmente consente una distribuzione più uniforme del calore, mentre collocarla sul fondo del forno genera un irraggiamento più intenso che favorisce dorature rapide.
Consigli pratici per la cottura ottimale
Per ottenere una cottura ottimale è importante disporre gli alimenti in relazione al flusso termico interno, collocando i prodotti che richiedono doratura rapida vicino alla fiamma e quelli che necessitano di una cottura più gentile nelle zone più lontane. La temperatura si mantiene stabile alimentando il fuoco con legna di dimensioni omogenee, evitando oscillazioni improvvise.
Il forno a legna è uno strumento di straordinaria precisione termica e versatilità, in grado di valorizzare pane e pizza ma anche carni, verdure e dolci.
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